RG.
Puoi presentarti ai lettori di HorrorMovie?
FF. Mi chiamo
Fabrizio Fogliato, sono nato a Torino nel 1974
e ora vivo ad Alzate Brianza in provincia di
Como. Sono un critico cinematografico e come
tale collaboro attivamente con Nocturno Cinema
e sono redattore del quotidiano on-line
Voceditalia.it. Nel 2006 è uscito per Edizioni
Falsopiano il saggio “Flesh and Redemption: il
cinema di Abel Ferrara”, e a settembre 2008 per
la stessa casa editrice è in uscita: “La
Visione Negata: il cinema di Michael Haneke”.
“Saw - Analisi di un successo annunciato” è il
mio terzo saggio ed è pubblicato dalla giovane
e intraprendente Morpheo Edizioni. Per me il
cinema è soprattutto passione e quindi mi pongo
di fronte all’argomento senza né giudizi né
pregiudizi, ma tentando di argomentare su di
esso al fine di spiegare a chi mi legge i
contenuti dei singoli film, prescindendo dal
giudizio qualitativo in quanto, ritenendo il
cinema un’opera collettiva, troppe e disparate
sono le componenti che interagiscono per la
riuscita o meno del risultato finale.
RG.
Come mai hai deciso di
analizzare una saga cinematografica così
recente e ancora nella piena fase di
svolgimento?
FF.
Quando mi sono messo davanti alla trilogia di
Saw (il quarto capitolo non era calendarizzato
nelle uscite italiane) mi sono posto questa
semplice domanda: perché una serie di film così
violenta e truce nell’approccio visivo, che
fino a pochi anni fa sarebbe stata relegata ad
un pubblico di nicchia e/o di fans oggi
travolge (letteralmente) le masse? In risposta
mi sono detto che la semplice componente
cinematografica non era sufficiente a dare
risposte esaustive, e così ho cominciato ad
esplorare l’ambito del dolore e della
sofferenza proposto dai film in relazione al
culto della perfezione corporea (proposta dai
media). Il fatto che la serie sia nel pieno del
suo percorso non è stato un limite
all’approccio del saggio ma anzi ha
rappresentato (paradossalmente) un punto di
forza in quanto i primi tre film sono un vero e
proprio concept-movie, pensato già in origine
come tale. Il quarto capitolo, che ho potuto
visionare nella versione originale, rappresenta
(come sostengo nel libro) sicuramente un punto
di svolta all’interno della serie di Saw, e
proprio per questo funge da stimolo per
individuare quelli che potrebbero essere i
nuovi percorsi che verranno battuti nei film a
venire.
RG. Saw, insieme al remake di Non aprite
quella porta e Hostel, è il film che riportato
l’horror a una dimensione brutale, esplicitando
ed esaltando la violenza visiva. Secondo te per
quale motivo il cinema horror è tornato
all’esibizione compiaciuta della violenza e del
sadismo dopo diversi anni di opere “soft”?
FF.
Nella quotidianità di ognuno di noi il concetto
di piacere e di dolore è radicalmente mutato di
significato con l’inizio del nuovo millennio
(l’11 settembre, la globalizzazione, la crisi
economica..). Il senso di insicurezza apparente
o reale (non ha importanza) che interagisce con
la nostra vita ha creato il paradosso secondo
cui alla ricerca della felicità continua e
persistente non corrisponde il risultato
sperato, bensì cresce e si acuisce una sottile
e inconscia imposizione del dolore. Tutto ciò
ha fatto si che sia venuto meno il concetto di
“sofferenza” (ineludibile nella vita di ogni
essere umano) soppiantato o da immagini sempre
più edulcorate nel mostrare le problematiche
esistenziali o viceversa in un’esplicitazione
della violenza reale che, attraverso un
linguaggio (perlopiù) televisivo, appare più
“finta” e spettacolarizzata di quella proposta
dal cinema. In relazione a questo concetto
corre parallelo il desiderio (sempre più
diffuso) di mostrare e di mostrarsi. Saw, pur
rimanendo all’interno di un’idea di prodotto
commerciale (o forse proprio per questo) agisce
intelligentemente su questi due ambiti
proponendo una visione cruda e brutale della
permeabilità e della fragilità del corpo umano.
Di conseguenza lo spettatore andando al cinema
ritrova in sé una consapevolezza dei limiti del
proprio corpo e contemporaneamente viene
incuriosito dalla possibilità di scelta tra la
vita e la morte (tra il piacere e il dolore),
che in realtà non è tale perché se la vittima
sceglie la vita dovrà comunque rinunciare a una
parte del proprio corpo o uccidere un suo
simile, se invece sceglie la morte dovrà prima
passare per sofferenze inaudite sia fisiche che
psicologiche. Saw agisce quindi in
controtendenza a ciò che propone perché alle
domande poste continuamente alle vittime di
turno non corrispondono mai delle risposte, per
cui il discorso (che rimane ambiguo e
continuamente in bilico) continua a suscitare
interesse.
RG. Saw è considerato l’apripista di un nuovo
sottofilone dell’horror, il Torture Porn, un
appellativo che definisce in maniera lampante
la tipologia di film con cui si ha a che fare,
ma che ha sicuramente anche un connotato
dispregiativo. Anche tu avresti definito Saw e
i suoi derivati dei Torture Porn?
FF.
Premesso che non mi piacciono le
etichette, ritengo estremamente diversi tra
loro i vari Saw, Hostel, Turistas… ma credo che
l’unica componente che subliminalmente lega
questi film, sia quella “politica” intesa sia
come radicale scelta di campo (seppur ambigua e
opinabile), sia come sottotesto inequivocabile
e critico nei confronti della società
globalizzata.
RG.
Nel tuo libro accenni spesso al voyeurismo come
istinto fondamentale che spinge lo spettatore
alla visione degli spettacoli di tortura
proposti nella saga di Saw. Ma secondo te, la
condizione “peccaminosa” di voyeur come era da
intendersi nel vicino passato è ancora valida
oggi, malgrado la continua esposizione alla
“visione proibita” a cui siamo esposti grazie
alle nuove tecnologie?
FF.
No, viviamo in un’epoca di pornografia
implicita dove qualunque tipo di messaggio
mediatico viene ipocritamente mascherato da un
perbenismo di facciata con l’obiettivo
programmatico di spingerci in territori sempre
più estremi della visione. Senza un adeguato
senso critico questo oltranzismo imposto e
indirizzato può rivelarsi estremamente
pericoloso, poiché la barriera che divide la
realtà dalla finzione oggi è stata
definitivamente abbattuta. Pertanto il
voyeurismo a cui tu accennavi è ormai scevro di
ogni componente “peccaminosa”, ma è carico di
un desiderio latente e continuo che tende a
fagocitare ogni tipo di rapporto: personale,
collettivo, affettivo e sessuale. L’assenza
apparente (come spiego nel libro) di sessualità
all’interno di Saw e di altri prodotti simili è
l’esplicitazione più lampante di questo concetto.
RG.
Nel libro Saw – Analisi di un successo
annunciato rimani piuttosto imparziale riguardo
i tuoi gusti personali sulla saga, anche se in
un’occasione lasci chiaramente intendere quale
reputi il capitolo più debole. Ci potresti
rivelare però qual’è il tuo capitolo preferito
e per quale motivo?
FF.
Sicuramente il terzo, perché oltre a essere il
più complesso e stratificato è anche quello
dove il sottotesto “politico” non appare
involontario o casuale bensì volutamente
ricercato. Inoltre è il capitolo dove la
psicologia dei personaggi è più approfondita e
dove le dinamiche che li legano rappresentano
un vero e proprio tessuto di micro-società.
RG.
Per concludere, potresti definire ogni
episodio della saga di Saw con un aggettivo?
FF. Il primo è
sicuramente innovatore, il secondo è furbo, il
terzo è intelligente, il quarto è erotico…
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