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"Il cinema del terrore ha affrontato tante
tematiche, reali e soprannaturali, ha esplorato
le zone più oscure dell’animo umano, ha
mostrato le più brutali e indicibili
efferatezze e ha reso temibili gli esseri più
impensabili: perfino le formiche! Infatti se
l’umanità avesse a che fare con formiche grandi
come carri armati, generate da misteriose
radiazioni, sicuramente si sconvolgerebbe
l’ordine della catena alimentare. Ciò è quanto
succede nel cult diretto da Gordon Douglas nel
1954 “Assalto alla Terra”, con il quale si può
approssimativamente indicare l’inaugurazione
del fortunato filone dei Beast movies. Nel caso
di “Assalto alla Terra” non si può parlare di
horror vero e proprio, così come con tutta una
serie di Monster movies che, tra gli anni
successivi alla fine della seconda guerra
mondiale e l’inizio della guerra fredda, hanno
affollato gli schermi cinematografici di mezzo
mondo. I Beast movies dell’epoca, molto più
vicini alla fantascienza, erano un chiaro
riflesso delle paure e delle insicurezze in cui
versava l’umanità sconvolta dalla situazione
socio-politica di quegli anni; così
l’immaginario collettivo attribuiva alle
radiazioni provocate dalle armi nucleari la
creazione di mostri dalle dimensioni smisurate,
il più delle volte semplici animali mutanti,
che colpiscono l’umanità con una furia
vendicativa, quasi biblica, per punirlo
dell’amoralità che contraddistingueva l’epoca
moderna.
Durante tutta la seconda metà degli anni ’50
possiamo assistere ad una vera invasione di
animali assassini in una fortunata serie di
pellicole che mostrano una fauna letale che va
dalle citate formiche ai ragni giganti
(“Taratola” di Jack Arnold del 1955 e “La
vendetta del ragno nero” di Bert J. Gordon del
1958), fino alle api assassine ( “Il pianeta
l’inferno è verde” di Kenneth G. Crane del 1957
) o gli scorpioni giganti (“Lo scorpione nero”
di Edward Ludwing del 1957), passando per
improbabili granchi mostruosi (“Attack of the
crab monsters” di Roger Corman del 1956) e mega
cavallette (“Beginning of the End” di Bert I.
Gordon del 1957).
Dopo un decennio di divertenti Beast movies
radioattivi piuttosto ripetitivi ma
irresistibili, un’ondata di freschezza entra di
prepotenza dall’ingresso principale grazie ad
una pellicola che ha rivoluzionato e gettato le
basi per il Beast movie di stampo post-moderno:
“Gli uccelli”. Nella fondamentale pellicola
diretta nel 1963 da Alfred Hitchcock e ispirata
al racconto breve di Daphne De Maurier “The
Birds”, si abbandona il taglio
socio-fanta-politico delle precedenti pellicole
degli anni ’50 e si sceglie un’impostazione
drammatica e più realistica che decreterà la
fortuna del genere. Nel film di Hitchcock si
narra di un inspiegabile rivolta di tutti i
pennuti contro la razza umana nella cittadina
costiera di Bodega Bay; i feroci attacchi degli
uccelli non hanno una spiegazione logica, sono
quasi l’annuncio di un’imminente apocalisse e
il finale aperto con cui si conclude il film
non fornisce allo spettatore alcun appiglio su
cui fondare la certezza che la storia sia
realmente conclusa. Infatti “Gli uccelli” vanta
due fiacchi sequel: l’apocrifo “Uccelli 2 – La
paura” (in originale “El ataque de los pàjaros”),
diretto nel 1987 da Renè Cardona Jr. e il sequel ufficiale prodotto per la tv via cavo
nel 1994 e diretto da Rick
Rosenthal “Gli
uccelli 2”, in cui torna anche la protagonista
del film del ’63, interpretata ancora da Tippi
Herden. Immancabilmente il film di Hitchcock,
oltre ai seguiti, ha dato vita ad inutili
tentativi di imitazione, ma ha generato anche
curiose contaminazioni con l’horror zombesco in
“Killing birds – Raptors” (1987) di Claudio Lattanzi, e anche simpatici omaggi, come accade
nella versione per il grande schermo del
romanzo di Stephen King “La metà oscura”,
diretta nel 1992 da George A. Romero, in cui
assistiamo, nel finale, ad uno spettacolare
attacco di passeri.
Malgrado il buon successo di pubblico del film
di Hitchcock, nel lustro immediatamente
successivo non ci saranno considerevoli esempi
nel campo del Beast movie, con la sola
eccezione di “Il mistero dell’isola dei
gabbiani” (1967) di Freddie Francis, in cui
compare uno sciame di letali api. Bisognerà
dunque aspettare gli inizi del decennio
successivo per ammirare le gesta di improbabili
conigli giganti nell’ingenuo ma divertente “La
notte della lunga paura” (1972) di William F.
Claxon; per assistere ad una noiosa rivolta di
anfibi e rettili nell’ecologico “Frogs” (1972)
di George McGowan; per guardare i letali
effetti provocati dagli scarabei piromani di
“Bug – Insetto di fuoco” (1975) di Jeannot
Szwarc.
Siamo giunti al 1975, data fatidica per il
Beast movie, poiché vede esordire nelle sale il
“re” di tutti i film con gli animali assassini,
la pellicola che ha avuto il maggior numero di
seguiti e cloni nel filone qui trattato: “Lo
squalo”. L’enorme successo commerciale del
capolavoro che Spielberg ha tratto dall’omonimo
romanzo di Peter Benchley ha definitivamente
sdoganato il Beast movie, inaugurando inoltre
il prolifico sotto-filone acquatico che ancora
oggi vanta un numero considerevole di
pellicole. Il titanico scontro tra lo sceriffo
di Amity (interpretato da un Roy Scheider in
grande forma) e il gigantesco squalo bianco ha
generato tre sequel (di cui solo “Lo squalo 2”,
diretto da Jeannot Szwarc nel 1978, si lascia
ricordare) e molte imitazioni, tra cui il
gradevole “L’orca assassina” (1977) di
Michael
Anderson e i nostrani “L’ultimo squalo” (1980)
di Enzo G. Castellari, “Shark – Rosso
nell’oceano” (1984) di Lamberto Bava, “Deep Blood – Sangue negli abissi” (1990) di
Joe
D’Amato e il disastroso “Cruel jaws” (1995) di
Bruno Mattei.
Il fortunato filone acquatico prosegue con
altre minacce quali i piranha, protagonisti del
bel film di Joe Dante “Piranha” del 1978
(rifatto per la tv nel 1993 con “Piranha: la
morte viene dall’acqua”), del suo sequel
“Piranha paura” (1981) di James Cameron e di
“Killer Fish – Agguato sul fondo” (1978) di
Antonio Margheriti. Ma non mancheranno neanche
le piovre giganti nel tedioso “Tentacoli”
(1977) di Ovidio Assontis che ritornano nel
recente e trascurabile “Octopuss – La piovra”
(1998) e nel suo disastroso sequel “Octopuss 2
– Il fiume della paura” (2004), nonché nella
miniserie per la tv “The Beasts – Abissi di
paura” (1996) di Jeff Bleckner.
Gli anni ’70 hanno avuto il merito di lanciare,
oltre al già citato filone acquatico, anche
altri sotto-filoni ferini, tra cui quello
dedicato alle api, che annovera pellicole come
“Killer Bees” (1974) di Curtis Harrington,
“Bees – Lo sciame che uccide” (1976) di
Bruce
Geller, ma soprattutto “Swarm” (1978) di
Irwin
Allen, Beast movie
ad alto budget che comprende
un cast ricco di attori da blockbuster e che ha
dato vita, in anni recenti, anche ad una
miriade di finti sequel televisivi.
Considerevole è anche il filone dedicato ai
roditori domestici, il cui iniziatore è
“Willard e i topi” (1972) di Daniel Mann, che
narra l’originale storia di un disadattato che
ammaestra un’orda di topi e le usa per le sue
vendette personali. Il film di Mann avrà un
sequel “L’ultima carica di Ben”, dello stesso
anno, e un remake “Willard” (2003) diretto da
Glen Morgan.
Ma le pellicole sugli animali assassini negli
anni ’70 non si esauriscono qui! Torneranno le
formiche killer (stavolta a grandezza
realistica) in “Fase IV: distruzione Terra”
(1974) di Saul Bass; i vermi crescono e
diventano aggressivi a causa di una scarica
elettrica in “Squirm – I carnivori venuti dalla
savana” (1976) di Jeff Lieberman; un orso miete
vittime in un parco nazionale in “Grizzly –
L’orso che uccide” (1976) di William Girdler;
un branco di cani randagi semina il terrore tra
gli abitanti di un isola nel bel film di Robert
Clouse “Il branco” (1978); i pipistrelli fanno
razzia di bestiame e allevatori in “Ali nella
notte” (1979) di Arthur Miller e una pericolosa
caccia al bufalo vede coinvolto Charles Bronson
in “Sfida a White Buffalo” (1977) di J. Lee Thompson. Finché tutta una serie di diversi
predatori minaccia l’uomo: pantere (“La pantera
assassina” di Lee Madden), tigri (“Maneater” di
Vince Edwards"), linci (“Claws” di
Alan
Nathanson) e leoni (“Savage Harvest” di
Robert
E. Collins e “Roar – Il grande ruggito” di
Noel
Marshall).
Gli anni ’80 sono contraddistinti da un numero
considerevole di pellicole incentrate sulle
gesta degli animali killer, per lo più
prosecutori dei sotto-filoni iniziati nel
decennio precedente. Così tornano orde di topi
famelici
in “Occhi nella notte” (1982) di
Robert Clouse, in “Di origine sconosciuta”
(1983) di George Pan Cosmatos, in “Rats – Notte
di terrore”, horror fantascientifico diretto
nel 1984 da Bruno Mattei e in “Denti assassini”
(1988), sequel topesco di “Il cibo degli dei”
diretto da Damian Lee. Lo zoo del terrore
datato 80’s è popolato anche da cani che non
sono i migliori amici di nessun uomo o perché
sono posseduti da spettri vendicativi, come in
“Il cane infernale” (1981) di Curtis Harrington,
o perché addestrati ad uccidere, come accade in
“Cane bianco” (1982) di Samuel Fuller, o perché
sono semplicemente idrofobi, come in “Cujo”
(1983) di Lewis Teague, tratto dall’omonimo
romanzo di King. Ma anche le scimmie non
scherzano! Infestano sottoscala rinchiuse in
misteriose casse, come accade in uno degli
episodi di “Creepshow” (1982) di George A.
Romero; poi in alcuni casi sono talmente
intelligenti da arrivare a comportarsi come
esseri umani, gelosi e violenti, come accade
allo scimpanzé “Link” (1986) di Richard
Franklin e ad Elle, la scimmia cappuccina
protagonista di “Monkey Shines – Esperimento
nel terrore” (1988) di George A. Romero.
Inoltre un nuovo animale dalla prorompente
carica distruttiva viene introdotto nel
panorama del Beast movie di stampo acquatico:
il rettilone preistorico nella variante di
alligatore o coccodrillo,
protagonista di
godibili pellicole come “Alligator” (1980) di Lewis Teague (che genererà un sequel nel 1991
per la regia di John Hess) e “Killer Crocodile”
(1989) di Fabrizio De Angelis, seguito, l’anno
successivo, da “Killer Crocodile 2” dello
specialista degli effetti speciali Giannetto De
Rossi. Ma la fauna killer dell’epoca degli yuppies prosegue con gatti (“Black Cat” diretto
da Lucio Fulci e “Uninvited” di Graydon Clark),
lumache (“Slugs – Vortice di terrore” diretto
da Juan Piquer Simon nel 1988), cinghiali (“Razorback:
oltre l’urlo del demonio” di Russell Mulchay) e
serpenti, nell’eccezione del letale black mamba,
in due pellicole simili: “Venom” (1981) di
Piers Haggard e “Mamba” (1988) di
Mario Orfini.
E come non citare i vermoni preistorici
protagonisti della saga di “Tremors”, iniziata
nel 1989 da Ron Underwood e ora arrivata al
quarto capitolo!
La prima metà degli anni ’90 prosegue la moda
dei Beast movies con uno stampo più
spiccatamente realistico (naturalmente
rapportando il termine allo standard
significativo per l’argomento in questione),
confezionando pellicole di buona qualità, come
nel caso di “Aracnophobia” (1990) di Frank
Marshall, film che ci presenta una letale razza
di ragnetti generati dall’accoppiamento di un
velenosissimo ragno amazzonico con un più
pacifico ragno di campagna; nel caso del gatto
nero protagonista dell’omonimo e splatteroso
episodio del film “I delitti del gatto nero”
(1991) di John Harrison; o in “Ticks – Larve di
sangue” (1993) di Tony Randall, divertente e
originale splatter movie con fameliche zecche
assassine mutanti grandi come topi. Ma questo
primo lustro dei ’90 alterna alle perle appena
citate anche mediocri e innocui film del
calibro di “Il migliore amico dell’uomo” (1992)
di John Lafia, versione soft per famiglie del
San Bernardo kinghiano; “Artigli” (1991) di
John Mc Pherson, film con gatti molto
aggressivi, e “La creatura del cimitero” (1990)
di Ralph S. Singleton, tratto da un racconto di
Stephen King che narra la faticosa impresa da
parte di un gruppo
di operai di disinfestare
una filiera dai ratti e dal mostruoso
topo-pipistrello che li comanda. Si scade poi
nel trash con pellicole televisive quali il
ridicolo “Marabunta” (1998) di Jim Charleston,
con formiche assassine; “Shakma – La scimmia
che uccide” (1990) di Hugh Parks, in cui un
babbuino iperstimolato con droghe sintetiche dà
la caccia ad un gruppo di ricercatori; e
l’ennesimo simil Cujo in “Atomic dog” (1998) di
Brian Trenchard Smith.
Nella seconda metà degli anni ’90 gli animali
assassini non sono più composti da zanne e
artigli, ma da pixel, infatti le più moderne
tecnologie digitali permettono di sostituire i
simpatici pupazzoni che avevamo imparato a
conoscere con poco realistiche riproduzioni
digitali (poco realistiche perché gran parte di
questi film sono produzioni low budget che non
possono usufruire degli effetti più credibili),
ma nella massa di scadenti prodotti per l’home
video come l’inutile saga di “Shark Attack”
(tre film, di cui il primo diretto da Bob Misiorowski nel 1998) o l’imbarazzante “Komodo”
(1999) di Michael Lantieri, si distinguono
anche produzioni più dignitose grazie ai
serpenti di “Anaconda” (1997) di Luis Llosa; i
mostri tentacolari di “Deep Rising – Presenze
dal profondo” (1997) di Stephen Sommers; gli
squali geneticamente modificati di “Blu
profondo” (1999) di Renny Harlin; i coccodrilli
giganti di “Lake placid” (1999) di Steve Miner;
ma soprattutto “Mimic” (1997) di Guilliermo Del
Toro, in cui una razza di scarafaggi mutanti
con la facoltà di imitare le fattezze umane,
infestano i sotterranei della Grande Mela. Il
film di Del Toro
vanta anche due sequel, che in
quanto a qualità neanche si avvicinano al loro
predecessore, anche se si mantengono su
territori qualitativamente accettabili. Si può
segnalare anche “Bats” (1999), mediocre
produzione a medio budget diretto da Luis
Morneau, in cui entrano in scena pericolosi
pipistrelli ai quali il solito mad doctor ha
potenziato le facoltà intellettive.
Giunti nel nuovo millennio il panorama di Beast
movie si fa molto ricco, ma purtroppo
soprattutto di discutibili pellicole prodotte
per il solo mercato dell’home video. Si
riesplorano un po’ tutti i filoni già
sviluppati negli anni precedenti, mostrando
solo una vistosa carenza di idee. Tornano i
ragni giganti e assassini in “Spiders” (2000)
di Gary Jones,
che nel finale omaggia il mitico
“Tarantola”, e nel sequel “Spiders II –
Invasion of the Spiders” (2001) di Sam
Fistenberg; in “Arachnid – Il predatore” (2001)
di Jack Sholder compare un pericoloso aracnoide
proveniente dallo spazio; ma soprattutto nel
parodistico e ben più riuscito “Arac attack –
Mostri a otto zampe” (2002) di Elroy Eilkayen.
Tornano i topi nel mediocre “Rats” (2003) di
Tibor Takacs e nell’altrettanto poco riuscito
“Rats – Il morso che uccide” (2004) di
John
Lafia; i serpenti continuano a strisciare nelle
disastrose pellicole “Python” (2000) di
Richard
Clabaugh, “BOA” (2002) di Phillip J. Roth, “Boa vs Python” (2004) di
David Flores, in
“Snakeman” (2005) di Allan A. Goldstein,
“Komodo vs. Cobra” (2005) di Jim Wynorski e nel
più dignitoso “Anaconda – Alla ricerca
dell’orchidea maledetta” (2004) di Dwight
Little, che però dà vita a due nuovi
inguardabili sequel: “Anaconda 3 – La nuova
stirpe” e “Anaconda 4 – Scia di sangue”,
entrambi di Don E. FautLeRoy e datati 2008. Una
menzione a parte va per il thriller-action
parodistico “Snakes on a Plane” (2006) di
David
R. Ellis, in cui il poliziotto Samuel Jackson
deve scortare un testimone in un aereo
turistico colmo di serpenti velenosi.
Non mancano neanche gli squali, che compaiono
in versione extra large in “Megalodon” (2004)
di Pat Corbitt e in versione small nel
documentaristico e claustrofobico “Open water”
(2004) di Chris Kentis. Le acque sono infestate
anche da coccodrilli, che tornano in
“Crocodile” (2000) di Tobe Hooper e nel suo
pessimo sequel “Crocodile 2” (2004) di
Gary
Haus, nel poco riuscito “Lake Placid 2” (2007)
di David Flores e nel riuscito mix
politico-avventuroso “Paura primordiale” (2007)
di Michael Katleman, nonché in “Blood surf”
(2000) di J.D.R. Hickox. Ma anche una nuova
specie di pesci killer fa la sua comparsa nel
mondo del cinema, gli snakeheads, che, grazie
ad un polmone vestigiale, riescono a
sopravvivere fuori dall’acqua, protagonisti di
“Creature del terrore” (2003) di Paul Ziller e
del divertente “Frankenfish – Pesci mutanti”
(2004) di Mark Dippè. Chiudono il cerchio una
nuova ondata di animali assortiti che vanno dai
cani manipolati geneticamente (“The Breed – La
razza del male” di Nicholas Mastandrea e il
deludentissimo “Rottweiller” di Brian Yuzna) ai
famelici leoni della savana (“Prey – La caccia
è aperta” di Darrell Roodt) fino alle
incredibili pecore mannare del divertente
“Black Sheep – Pecore assassine” di Jonathan
King, passando per gli immancabili direct to
video che stavolta vanno a pescare minacce
ritenute estinte, come il Mammoth, nell’omonimo
film diretto da Tim Cox nel 2006, e la tigre
con i denti a sciabola,
protagonista di “Wild –
Agguato sulle montagne” e del suo pessimo semi-sequel “Primal Park – Lo zoo del terrore”
(conosciuto anche come “Wild 2 – La caccia è
aperta”).
Da quanto si può notare dall’analisi svolta in
queste righe, il Beast movie ha subito, dalle
sue origini fino ad oggi, una sorta di
involuzione: pur collocandosi nei territori
della più pura e consapevole evasione, è nato
come un contenitore socio-antropologico delle
paure generate dagli accadimenti politici di
metà secolo; si è spostato sul versante drammatico-catastrofico nei ’60 e ’70,
confezionando degli ottimi blockbusters che
sono entrati a ragione nella storia del cinema;
si è consacrato come sottogenere dell’horror
puro tra gli ’80 e i ’90, regalandoci alcune
pellicole che si fanno ricordare con piacere;
infine si è auto imposto per il mercato
dell’home video negli ultimi anni, con una
serie di evitabilissime produzioni molto vicine
all’universo trash.
Quali speranze ci attendono dunque per il
futuro? Naturalmente ci auguriamo che questo
affascinante sottogenere torni a mordere e
graffiare come un tempo.

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