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Il
cinema del terrore è spesso un cinema di
sequenze. Ovvio, tutti i film si compongono di
sequenze. Ma nel nostro caso sembra che questo
avvenga in modo privilegiato. La sequenza
horror ha spesso una completezza narrativa e
una efficacia autonoma che la fanno essere
qualcosa di più che una unità di comodo in cui
scomporre un film. Per dirla in breve, molto
spesso ciò che avviene in una singola sequenza
è più importante dell’insieme della trama; può
anzi capitare che il singolo evento (un
omicidio, un inseguimento, la scoperta di un
segreto ecc.) possa essere compreso e goduto da
uno spettatore che non conosca il resto del
film. In qualche modo la singola sequenza può
valere per se stessa come un breve testo
audiovisivo, una sorta di videoclip.
Questa è una generalizzazione, e come tale
prevede delle eccezioni. Ma credo che nel
cinema del terrore, soprattutto in quello
moderno, ci siano elementi sufficienti per dire
che si tratta di una vera e propria
caratteristica di genere. Peraltro va osservato
che non tutte le sequenze si prestano
facilmente a questo modello; piuttosto vi sono
alcune tipologie privilegiate, che più
facilmente tendono a costruirsi come un
racconto autonomo. Tra queste l’omicidio (nelle
sue diverse forme) è l’esempio più lampante. E
questo perché l’omicidio è in qualche modo
l’evento per eccellenza in un cinema che
esibisce più l’immediatezza degli eventi, che
la solida architettura delle storia.
Una breve premessa teorica che era necessaria
per capire lo spirito dell’analisi che segue.
Un’analisi che credo abbastanza inusuale, ma
che spero possa apparire adesso non solo un
pretestuoso esercizio erudito. E che intende
già da ora non restare isolata, ma piuttosto
dare inizio a un appuntamento periodico in cui
discutere la premessa teorica. Una rubrica che
si occupi in primo luogo di sequenze cult; cioè
sequenze la cui proverbialità presso gli
appassionati sembrerebbe una prima conferma
della nostra proposta. Ma anche una rubrica che
si occupi occasionalmente di sequenze meno
celebrate, ma non per questo meno degne…
In ogni caso per l’inaugurazione c’era poco da
scegliere. Tanto di bello ha prodotto il cinema
horror, tante sequenze cult. Ma questi che
stiamo per “autopsizzare” (come un cadavere
all’obitorio) sono i sei minuti più
terrificanti della storia del cinema.
La trama di Suspiria
La giovane americana Susy Bannon giunge a
Friburgo per perfezionare i suoi studi di
balletto presso l'accademia di danza classica.
Ma la sera del suo arrivo un'allieva, Pat,
viene uccisa e nei giorni successivi si
verificano altri fatti inquietanti (la scuola è
infestata da vermi, un pianista cieco viene
sbranato dal proprio cane). Intanto Susy
conosce Sara, un’altra allieva, che le
manifesta inquietanti sospetti intorno alla
scuola, che sulla base di ricerche compiute da
Pat sarebbe nient’altro che una setta di
streghe (le insegnanti). Ma anche Sara viene
uccisa misteriosamente. Susy decide di andare
fino in fondo; grazie alle proprie ricerche e
agli indizi lasciati dalle altre due ragazze
scopre la stanza segreta delle streghe, uccide
la loro regina e fugge mentre la scuola
comincia a crollare.
Collocazione della
sequenza:
La sequenza da analizzare è collocata a 5'
dall'inizio del film. Susy, appena giunta a
Friburgo, scende dal taxi in mezzo a un
temporale davanti alla scuola. In quel momento
esce Pat dal portone dicendo parole
incomprensibili per il rumore dei tuoni; poi
corre via sotto la pioggia.
Susy, che non viene riconosciuta al citofono
della scuola e vi sarà ammessa solo l'indomani,
assiste all'inizio della fuga di Pat.
Segmentazione della
sequenza:
81 inquadrature
Durata 6'circa
Prima sottosequenza : la fuga di Pat ( 1/10 )
1'
Pat fugge tra gli alberi di notte inquadrata da
destra di profilo in campo medio con una
carrellata da sinistra a destra prima a
precedere poi a seguire ( 1-3-5 ). La
carrellata è inframezzata da due primissimi
piani di Susy ( 2-4 ) che guarda la scena da
una macchina in movimento. Dunque 1-3-5 sono
soggettive di Susy.
Poi Pat entra in un palazzo : panoramica verso
l'alto da una pozzanghera alla facciata del
palazzo ( 6 ).
7/10 : all'interno l'androne è riccamente
ornato prevalentemente in rosso e bianco con
simboli dal sapore esoterico. Prima e dopo che Pat entri nell'ascensore dettaglio del grande
lucernaio di vetri colorati sul soffitto ( 8-10
)
La musica è fortemente ritmata e composta
soprattutto di gemiti e urla umane.
Seconda sottosequenza : dialogo con l'amica (
11/24 ) 1'35''
La prima parte della sottosequenza è costituita
da una serie di campi- controcampi, tranne la
prima inquadratura che mostra Pat che riceve un
asciugamano lanciatole dall'amica, che è fuori
campo. Luce blu nell'ambiente .
Apprendiamo che Pat è stata espulsa dalla
scuola e chiede ospitalità prima di partire.
L'amica la invita a prendere la questione con
più leggerezza ; invece Pat appare molto
nervosa.
Una volta entrata in bagno Pat da sola resta
per un attimo ferma, poi avanza e apertasi
all'improvviso la finestra, resta immobile
terrorizzata. Entra l'amica e la richiude (
carrellata all'indietro che riprende l'amica
frontalmente mentre avanza verso la finestra
che si trova di fronte alla porta ). L'amica
chiede spiegazioni per il suo nervosismo, ma
Pat tace.Rimasta di nuovo sola in bagno, si
chiude a chiave.
Per tutta la sottosequenza assenza di colonna
musicale ( stacco sonoro rispetto alla
sottosequenza precedente ).
Terza sottosequenza : la curiosità di Pat (
25-40 ) 1'15''
La sottosequenza si apre con una inquadratura (
25 ) che segna un forte stacca rispetto alle
precedenti : da fuori in campo medio è
inquadrata la finestra del bagno oltre la quale
fra alcuni indumenti stesi, si vede Pat ;
intanto la macchina da presa. compie un
carrello in avanti e ricomincia la musica (
sempre caratterizzata da suoni umani ). Segue
una serie di inquadrature che alternano Pat che
si muove nel bagno indecisa , insieme attratta
e terrorizzata, verso la finestra e il
dettaglio della sottoveste stesa di fuori nel
buio, dalla quale Pat sembra incuriosita,
ripresa in soggettiva di Pat ( 26/30 ).
Infine Pat si accosta al vetro della finestra.
Ora si alternano riprese di Pat di profilo in
PP, Pat di spalle in mezza figura e il
dettaglio della sottoveste nel buio in
soggettiva di Pat.
All'improvviso nell'oscurità appaiono due occhi
felini in primissimo piano ( sempre soggettiva
di Pat ), che poi scompaiono ( 37-39 ).
Quarta sottosequenza : l'omicidio (
41-65 ) 1'
Nell'inq. 41 Pat è ripresa di spalle di fronte
alla finestra in mezza figura, la musica si
interrompe per un attimo e nel silenzio un
braccio infrange il vetro alla sua sinistra e
le schiaccia la faccia contro la finestra. Da
questo momento le inq. che mostrano le fasi
dell'omicidio sono continuamente inframezzate
da quelle dell'amica che da fuori, rendendosi
conto di ciò che sta accadendo, invoca
inutilmente aiuto : bussa alla porta del bagno
( 45-47 ), corre a bussare ad altre porte (
50-52-56-58-61 ), infine arriva nell'androne
del palazzo ( 63 ).
Nella prima fase dell'omicidio Pat è mostrata
in primo piano ( luce blu sul volto ) mentre il
braccio la schiaccia contro il vetro finche non
lo infrange : il punto di vista è da qualche
parte fuori della finestra ( soggettiva
dell'assassino ), ( 53-54-55-57-59 ).
Poi Pat viene pugnalata in un luogo del palazzo
non ben identificato ( una sorta di soffitta
con luci blu e rosse ), finche non la vediamo
distesa a terra sopra la vetrata del lucernaio
che è stata mostrata all'inizio della seq. dal
basso. Dell'assassino sono visibili solo le
mani, dai connotati bestiali,che ad un certo
punto prendono una corda ( per ora non ne è
chiaro l'uso ).
L'ultima inq. di coltellate ( 65 ) è un
dettaglio del cuore di Pat ancora pulsante,
benchè pugnalato.
Quinta sottosequenza : il crollo della vetrata
( 66-81 ) 1'10''
La testa di Pat in primo piano irrompe nella
vetrata lasciando cadere alcuni pezzi di vetro
al di sotto ( inq. dall'alto dell'amica che fa
il gesto di ripararsi ). Di nuovo si alternano
il punto di vista. dell'amica ( dal basso ) e
quello dall'alto quando la vetrata si frantuma
completamente ( 66/71 ).
72/76 : i pezzi di vetro che cadono sono
inquadrati dall'alto in alternanza con
carrellate da destra a sinistra della corda che
scorre lungo un muro da qualche parte ( 72-75
).
La macchina da presa. mostra poi la corda che
si tende verticalmente nello spazio
dell'androne ( 76 ), un primo piano di Pat che
cadendo rimane impiccata ( 77 ) e di nuovo la
corda tesa ( 78 ).
Le ultime inq. sono contrassegnate da un cambio
nella colonna sonora ( musica improvvisamente
più lenta a sottolineare l'avvenuto "rito
sacrificale" ) : Pat sospesa nel vuoto
inquadrata dal basso ( 79 ); inq. in movimento
che mostra scendendo le gambe di Pat, il
pavimento sottostante insanguinato, e infine
verso destra l'amica anch'essa morta travolta
dal crollo della vetrata ( 80 ); solo l'amica
da un altro punto di vista, stavolta a figura
intera.
Lo spazio:
Lo stile di scenografico di Suspiria
costituisce una scelta marcata che non concede
eccezioni. Quella che intendiamo analizzare è
una delle poche sequenze del film ambientate
fuori dall’accademia di danza, ma non è facile
rendersene conto: il palazzo in cui si svolge
l’omicidio di Pat possiede il medesimo stile
architettonico della scuola, e a uno spettatore
poco attento può addirittura succedere di
confondere i luoghi.
Questo stile scenografico si manifesta
chiaramente fin dall’ingresso di Pat nel
palazzo. È una sorta di rivisitazione del
gotico in chiave liberty, basato su un gioco di
figure geometriche e di contrasti
prevalentemente di rosso e bianco. L’ambiente è
pervaso da un ordine simmetrico fin troppo
perfetto, si potrebbe dire iperrazionale,
categoria quest’ultima centrale nel cinema di
Argento. L’altezza gotica dell'androne, nelle
inquadrature che riprendono il lucernaio dal
basso, rievoca il senso di assoluto delle
chiese medievali. È uno spazio che evoca
l’infinito, e quindi il superamento di confini
spaziali in senso stretto. Uno spazio chiuso,
ma “sfondato”, un po’ come avviene nei soffitti
barocchi con le loro prospettive
illusionistiche (anche se qui l’effetto è
raggiunto con altri mezzi).
Lo spazio in apparenza “aperto” della foresta,
in cui è ambientata la prima parte della
sequenza, evoca invece un senso di angustia e
di occlusione; somiglia a una “prigione di
alberi” e non possiede la stessa spazialità
ariosa del palazzo. Sembra di essere di fronte
a un paradosso: uno spazio chiuso, ma che evoca
l’infinito (il palazzo); uno spazio aperto che
invece si fa opprimente, claustrofobico (la
foresta).
Eppure, nell’effetto che ne deriva nel
complesso, la contrapposizione tra i due spazi
perde ragion d’essere. Se consideriamo i due
spazi in rapporto alla situazione del
personaggio che li vive, il senso che suscitano
appare il medesimo. L’altezza assoluta,
verticistica dell'androne risulta opprimente
nei confronti di Pat, esattamente come lo è la
“chiusura” dello spazio esterno che si presenta
come una foresta-prigione. Da un luogo aperto
che simula un senso di claustrofobia, Pat nella
sua fuga passa in un luogo chiuso che opprime
nell'evocare un senso d’infinito. Al livello
scenografico l'irrazionale gotico si unisce
all'iperrazionale geometrico, producendo un
effetto di spaesamento, dispersione,
incomprensibilità dello spazio.
Su questa linea si colloca anche
l'organizzazione spaziale dell'intera sequenza.
Ci troviamo di fronte a uno spazio molto
complesso, perché ci è presentato in modo non
unitario. È difficile comprendere le relazioni
spaziali fra i diversi ambienti. Per esempio
non è nota la collocazione del palazzo rispetto
al luogo da cui proviene Pat, o la posizione
dell'appartamento dell'amica rispetto alla
facciata del palazzo. Ma, soprattutto, dal
momento in cui comincia l'omicidio vero e
proprio, la macchina da presa ci porta
attraverso territori sconosciuti, sottratti a
una descrizione razionale: l'apparire degli
spazi segue solo l'azione e la sua violenza.
Come se non bastasse, a causa del montaggio
alternato, questo avviene contemporaneamente
lungo due direttrici: da una parte, seguendo lo
svolgersi dell'aggressione, ci ritroviamo in un
luogo sconosciuto e irriconoscibile, in cui non
è chiaro nemmeno come vi sia arrivata Pat (solo
in un secondo momento, grazie alla presenza del
lucernaio, capiremo che la scena si svolge in
esterni sopra l'androne del palazzo);
dall'altra parte, la corsa delirante dell'amica
in cerca d'aiuto ci fa perdere attraverso i
corridoi e presso le porte chiuse negli interni
dell’edificio (e qui si aggiunge l'inquietudine
delle sue grida che rimangono inspiegabilmente
senza alcuna risposta ).
Lo spazio si frantuma parallelamente allo
svolgersi dell'omicidio. Il crollo della
vetrata conclude simbolicamente due percorsi,
la frantumazione dello spazio e quella del
corpo, a dirigere i quali ci sono due registi:
quello dell’omicidio filmato (il regista del
film) e quello dell’omiciodio “vero”
(l'assassino). Ma le competenze dell’uno e
dell’altro non sono nettamente distinte. Il
regista (quello vero) non controlla solo la
macchina da presa e, quindi, la messa in scena
degli spazi, ma anche l'omicidio (l'azione
filmica); allo stesso tempo, l’assassino, che è
il regista della morte in scena, domina anche
gli spazi, li usa a suo piacimento.
Tralascerei l’abusato discorso sull'assassino
come figura vicaria del regista nei film di
Argento. Non perché ciò non sia vero, ma in
quanto richiederebbe un approfondimento (una
rilettura, forse, rispetto alle opinioni più
convenzionali sull’argomento) che ci porterebbe
un po’ troppo lontano. Piuttosto le
osservazioni precedenti mi inducono a notare
che tutto lo spazio di Suspiria è lo spazio del
male. Vediamo in che senso.
Un primo segnale interessante è la già citata
omogeneità scenografica, tramite la quale il
film trasmette la sensazione che il dominio del
male si estenda indistintamente su tutto lo
spazio narrativo. In queste scenografie
dominate da un senso di caos si manifesta
sempre l'antisoggetto, o antagonista che dir si
voglia, del film (la setta di streghe);
un’entità profondamente connotata dal magico,
cioè dall'irrazionale. Nel cuore della scuola,
dove si riuniscono le streghe, come fuori di
essa (per esempio in questa sequenza) questo
stile scenografico, come si è detto, rimane una
costante.
In secondo luogo lo spazio del film si
manifesta come spazio del male soprattutto
perché è a piena disposizione dell'assassino,
ne è la longa manus, quasi fa tutt’uno col suo
corpo, tanto che, come ho detto, questo assume
un ruolo di regista in scena.
L’assassino lo “usa”, addirittura, come
strumento di tortura e di morte. E non solo.
Gli oggetti dell’ambiente agiscono come
magicamente governati dal suo volere: la
finestra che si apre da sola cattura lo sguardo
di Pat, la attrae verso la morte, è quasi lei a
ucciderla, perché guardare è già cadere nella
trappola.
Anche le luci seguono l’agire dell’assassino.
Illuminano il corpo della vittima nell'istante
in cui riceve le coltellate, come una delirante
e compiaciuta amplificazione della violenza. La
loro connotazione fortemente
irreale (sono
colorate, dinamiche, teatrali) rinvia alla
messa in scena cinematografica; sono segni che
orchestrano l’oscillazione fra realtà e
finzione. Ma soprattutto anch'esse sembrano
magicamente seguire la volontà dell'assassino
(costituendo una sorta di terreno di
collaborazione fra “i due registi”).
C’è di più. Non è solo lo spazio che si
sottomette alla volontà dell’assassino, ma è
anche quest’ultimo a mescolarsi con lo spazio,
a confondervisi, fino a una totale
compenetrazione dell’uno con l’altro. Suspiria
non è un vero giallo, per cui nascondere il
volto dell’assassino non ha la classica
funzione narrativa di preservare il finale a
sorpresa. Serve semplicemente a privarlo di una
identità umana. Le sue mani bestiali non sono
così diverse dagli elementi spaziali, come le
ante della finestra, la corda o il lucernaio:
anch'esse sono solo strumenti, oggetti, perché
sono private del volto.
Si potrebbe quasi dire che infondo Pat non è
uccisa da nessuno; o meglio, è uccisa
semplicemente da tutto ciò che le sta intorno;
ogni cosa sembra scatenarsi contro di lei come
inspiegabilmente animata da una volontà
melefica. Tutto lo spazio di Suspiria è pervaso
dal male (è una sorta di antisoggetto
collettivo) e le braccia dell'assassino, come
gli occhi luminosi sospesi nel buio, ne sono
una piccola parte.
Ma Suspiria dà al male anche una veste
peculiare. Il male è il caos, il declino del
razionale, lo spaesamento: è questa la forma in
cui ci appare nelle iperboliche scenografie (il
gotico e il liberty) e questo è il motivo per
cui avere paura è già morire. Il male è quella
privazione del senso che sembra pervadere lo
spazio.
I corpi di Pat e dell'amica alla fine della
sequenza giacciono immobili, racchiusi in
questo spazio, confusi con esso, nuovi elementi
scenografici. L’intricato disegno del pavimento
si è modificato, ha incluso nuovi frammenti (i
vetri crollati dal lucernaio ), e fra questi
frammenti c'è anche il corpo dell'amica
incastrato fra delle assi di legno. Metafora
sublime dell’imprigionamento del soggetto nel
non-senso.
Il suono
Rispetto a quell’insieme di componenti
eterogenee che costituiscono il tessuto sonoro
di un film, questa sequenza è dominata dalla
musica. Non credo ci sia bisogno di
sottolineare (ma non si sa mai…) che quella di
Suspiria è probabilmente una delle più
straordinarie colonne sonore di tutta la storia
del cinema. Gli artefici notoriamente sono i
Goblin, e a quanto pare anche lo stesso Argento
ha collaborato alla sua realizzazione (forse
suggerendo una certa suggestione). L’importanza
della musica nel film è davvero notevole, e per
sottolinearlo si può ricordare che durante le
riprese questa musica veniva fatta suonare
affinché gli attori potessero sentire
l’atmosfera della scena (e il risultato è sotto
gli occhi di tutti).
La presenza in primo piano della musica è così
frequente in tutto il film che è quasi più
facile notarne l'assenza; “quasi” perché in
realtà l'orecchio non riesce ad assuefarsi mai
del tutto a queste particolari sonorità il cui
ingresso sulla scena è spesso improvviso e
violento. Ogni volta che irrompe (anche quando
ciò avviene in modo più graduale) la musica
riesce a focalizzare su di sé l'attenzione
offrendosi come l'unico elemento dinamico
dell'inquadratura. Inoltre spesso costituisce
un unico tappeto sonoro, che finisce per
inglobare anche i rumori della scena (detti
anche suoni diegetici, cioè che appartengono al
mondo rappresentato dal film).
A differenza dei rumori, la musica del film
(come avviene di norma), è uno strato sonoro
che non fa parte del mondo rappresentato; per
capirci, la sentono gli spettatori, ma non i
personaggi (questo tipo di suono viene detto
extradiegetico). Eppure questa che allo
spettatore appare come una certezza, è
destinata più volte a essere messa in
discussione. Come vedremo, il risultato è
quello di amplificare l'effetto di spaesamento
e di caos già prodotto dall'organizzazione
spaziale della sequenza.
Suspiria si rivolge (o meglio ipotizza di
rivolgersi) a un certo tipo di spettatore (in
termini tecnici “spettatore modello”) che
potremmo definire “smaliziato” perché conosce
alcune regole elementari del genere horror, ma
anche del cinema tutto, circa la natura della
musica. Uno spettatore consapevole che la
musica al cinema di solito non fa parte del
mondo in cui si svolge la storia e, soprattutto
nel cinema del terrore, stabilisce una
relazione più con lo spettatore stesso che non
col personaggio, il quale (sebbene la musica
possa rispecchiare il suo stato d'animo) non la
può udire. Questo spettatore conosce il ruolo
della musica nel cinema e sa che nel cinema del
terrore questa serve spesso a segnalargli
l'inizio dei momenti di tensione: in questo
senso, è a lui che la musica si rivolge.
Postulando questo tipo di spettatore la
sequenza gioca a mettere in dubbio le sue
certezze, perché in diversi momenti la musica
sembra sconfinare nello spazio narrato, cioè
nell’universo dei personaggi e della storia.
Vediamo come :
1. La musica imita dei rumori (e i rumori al
cinema sono quasi sempre diegetici). Potremmo
dire che questa musica possiede “indizi
materializzanti”, che rimandano cioè alla fonte
che produce il suono. Le voci non cantano
propriamente, ma piuttosto emettono gemiti,
grida deliranti. Le percussioni si rivelano
nella loro materialità seguendo un ritmo
irregolare, evocando la violenza del colpo: non
esprimono la regolarità di un ritmo musicale,
ma il clamore di qualcosa che sta accadendo.
2. I rumori si integrano nel flusso musicale,
spesso risultandone indistinguibili:
il rumore di Pat che passa sulla pozzanghera ha
poco di acquatico, sembra una percussione;
il frantumarsi dei vetri, i colpi di coltello,
i battiti del cuore s'incastrano nel ritmo, a
volte sembrano sostituire le percussioni;
le grida dei personaggi si integrano a quelle
della musica.
Avviene, quindi, che la certezza che il film
postula avere lo spettatore (la musica non fa
parte del mondo narrato) viene messa in
discussione a intermittenza ogni volta che uno
di questi particolari fenomeni sonori si
verifica. Il film arriva, forse, a convincerlo
di questa anomalia (anche la musica fa parte
del mondo narrato, i personaggi la possono
sentire); ma non gli dà mai la certezza
assoluta neanche di questo. Prima semina il
dubbio, ma alla fine, quando la musica si
interrompe, la sua fonte sonora rimane occulta,
probabilmente non esiste (nel senso che non
esiste nell’universo della storia). Torna ad
essere una classica colonna musicale. Il dubbio
è suscitato per rimanere in sospeso.
Dopo questa considerazione generale che vuole
individuare nel suono una funzione parallela a
quella dello spazio (suscitare caos e
incertezza), è interessante soffermarsi su un
particolare evento sonoro della sequenza.
Nell'inquadratura 37 all’apparire dei due occhi
“luminosi” nel buio è associato un suono che
potremmo definire un visivo dell'orecchio. È un
particolare effetto, che si usa spesso nel
cinema, per cui una qualità visiva (un colore,
una luce, una forma ecc.) viene resa in realtà
(e senza che lo spettatore se ne renda conto)
attraverso un elemento sonoro; un effetto
questo che è possibile grazie al fatto che ciò
che lo spettatore percepisce in un film non è
una serie di sensazioni separate le une dalle
altre, ma un tutt’uno multisensoriale (insieme
visivo e uditivo). Se si elimina la colonna
audio da questa inquadratura ci si rende conto
che i due occhi non sono affatto “luminosi”, ma
di un giallo opaco. La loro lucentezza deriva
da quel suono; così come la sensazione che
siano sospesi nel vuoto, pura immagine
spettrale senza consistenza. In questo caso è
in realtà un suono a produrre nello spettatore
sensazioni tattili e visive.
Una seconda osservazione ancora su questo suono
è legata alla domanda: gli occhi suonano? Se il
film postula, come pare, che la sorgente di
questo suono siano proprio i due occhi, si può
dire che nel mondo di Suspiria sì, gli occhi
suonano! È interessante perché questo fenomeno
è il primo che porta lo spettatore a inferire
che quello del film è un mondo possibile
diverso da quello reale. È cioè l'evento che
apre la dimensione del magico.
Il ritmo:
Un punto di partenza per l'analisi del ritmo di
una sequenza può essere quello di considerare
la durata media delle inquadrature che la
costituiscono. Nel nostro caso questa durata
sembra alquanto ridotta: 4,4 secondi (in totale
81 inquadrature in 6 minuti circa). Il ritmo
quindi, calcolato solo rispetto a questo
parametro pare piuttosto elevato. Basti
pensare, per fare un confronto, che esistono
nel cinema intere sequenze (dette
piani-sequenza) costituite da un’unica
inquadratura che dura per alcuni minuti; oppure
avviene a volte che una lunga sequenza
comprenda solo pochi cambi di inquadratura (e
quindi la durata media delle inquadrature sarà
di alcuni minuti, e non di pochi secondi come
nel nostro caso). Anche se ci sono sequenze con
un ritmo ancor più elevato (a volte nei film
d’azione o di fantascienza si raggiunge la
durata media di un secondo per inquadratura),
possiamo dire che la nostra appartiene comunque
al genere delle sequenze, per così dire,
“movimentate”. Tuttavia, dal parametro che
abbiamo utilizzato (che poi in sostanza è il
montaggio) possiamo trarre solo un'indicazione
di tendenza. È necessario andare oltre, perché
del ritmo ci interessa:
1. Considerare le variazioni, gli intervalli,
gli sbalzi (il ritmo complessivo dipende da
come le variazioni ritmiche si distribuiscono
nei segmenti della sequenza).
2. Vedere in che modo componenti diverse dal
montaggio concorrono a definirlo.
Cominciando dal primo punto, possiamo
suddividere la sequenza in una serie di
segmenti narrativi che presentano differenze
apprezzabili riguardo alla velocità del
montaggio :
Nome del segmento La fuga di Pat Dialogo tra
Pat e l’amica La curiosità per la finestra
L’omicidio La conclusione del “rito”
Inquadrature 1-10 11-24 25-40 41-77 78-81
Numero complessivo delle inquadrature 10 14 16
37 4
Durata complessiva 1’ 1’35’’ 1’15’’ 1’40’’ 30’’
Durata media delle inquadrature 6’’ 6,8’’ 4,7’’
2,7’’ 7,5’’
Le differenze sono notevoli. Possiamo
individuare un percorso tendenzialmente in
crescendo verso la seconda parte che culmina in
una serie di inquadrature (71-77, il crollo del
lucernaio) che durano meno di 1'' ciascuna. Si
tratta tuttavia di un'ipotesi che necessita di
essere supportata da ulteriori osservazioni.
Questo, infatti, è il percorso ritmico che si
può ricostruire solo in rapporto alla velocità
del montaggio. Non abbiamo ancora considerato
tutte le altre componenti (e non sono poche)
che concorrono a generare il ritmo in un film.
Occorre, quindi, passare al nostro secondo
punto.
Va osservato che la sequenza non è
caratterizzata esattamente da un crescendo
ritmico. Infatti è innegabile che per qualunque
spettatore il primo segmento (1-10) sembra
possedere un ritmo già molto elevato. Ma la
velocità del montaggio (che, come si vede nella
precedente tabella, qui non è elevata) vi ha un
ruolo relativo; piuttosto è sostituita dal
movimento della macchina da presa e del
personaggio in scena (per esempio nelle
soggettive di Susy che dall'auto in movimento
vede Pat correre). Decisivo è poi il ruolo
della musica, fortemente ritmata, e,
dall'ingresso nel palazzo, della scenografia,
che riempie l'immagine richiamando l'attenzione
dello spettatore verso molti particolari. Si
può notare che qui musica e scenografia
innalzano il ritmo a livelli iperbolici e
dissonanti rispetto all'evento narrato
(dovrebbe essere un momento di pausa, Pat sta
semplicemente entrando in un palazzo e la sua
fuga dovrebbe essere terminata).
La pausa ritmica, invece, si fa attendere un
po’; ma il suo inizio è ben segnalato da un
demarcatore sonoro nell’istante in cui
ritroviamo Pat in casa dell’amica. Da questo
momento (11-24, il dialogo) comincia
gradualmente il crescendo vero e proprio.
Interessante notare che la durata media per
inquadratura è simile a quella del segmento
precedente; nella fase del campo/contro-campo è
anche molto più bassa. Ma qui sono assenti gli
altri elementi decisivi: la musica, il
movimento (molto scarso), la complessità
scenografica (che in questo ambiente si
modera).
L’apertura della finestra, seguita da
un’inquadratura in cui un movimento
all'indietro della macchina da presa accompagna
l'ingresso dell'amica nel bagno, preannuncia il
crescendo ritmico, che si manifesta soprattutto
a partire dall'inquadratura 25 (ritorno della
musica). Le inquadrature statiche si alternano
a quelle dinamiche (soggettive di Pat verso la
finestra). La tensione raggiunge l’apice
nell'inquadratura 41: la musica si abbassa,
siamo pronti ad assistere all'omicidio; finora
si sono accumulate aspettative di minaccia
attorno a Pat (lei stessa, parlando con
l’amica, “ci ha detto” di essere in pericolo);
ci aspettiamo che l'attacco provenga da dietro
le sue spalle, mentre è distratta da ciò che
vede fuori della finestra (i due occhi
luminosi); invece il braccio dell’assassino
irrompe proprio dal vetro, cioè da quella che
allo spettatore sembrava solo una falsa pista.
Le componenti citate finora cooperano per
mantenere elevato il ritmo per tutta la durata
dell'omicidio: il suono, lo spazio e, qui,
soprattutto il montaggio (questa volta più
incisivo dei movimenti di macchina). Quest'ultimo
raggiunge la velocità più elevata dell’intera
sequenza, seguendo un modulo, che si ripete più
volte, in cui una rapida serie di inquadrature
molto brevi (una specie di “raffica”) si chiude
con una singola inquadratura più lunga; per
contrasto il ritmo ne risulta accentuato perché
discontinuo. Questa struttura si ripete con
tempi sempre più serrati, mentre ci si avvia
alla conclusione del delitto, secondo questo
schema (in neretto le singole inquadrature più
lunghe):
|
Inquadrature: |
Durata media: |
|
41,56 |
2,3" |
|
57 |
10" |
|
58-63 |
2,2" |
|
64 |
6" |
|
65-69 |
1,8" |
|
70 |
3" |
|
71-76 |
1" |
|
77 |
2" |
Le ultime inquadrature comportano, invece, un
ritmo più lento e maestoso, solenne. Il “rito”
è compiuto ed è come se la complessità ritmica
precedente trovi qui la sua cassa di risonanza.
La fine, come l'inizio, contraddice, quindi,
l'idea di un semplice crescendo nel corso della
sequenza. In realtà questo è concentrato solo
nella parte centrale ed è piuttosto vero che il
ritmo è in qualche modo discontinuo. Si
alternano pause e accelerazioni improvvise. E
questo accentua la velocità del ritmo
complessivo della sequenza.
Il punto di vista:
A questo livello la sequenza apre questioni
complesse. La presenza notevole di inquadrature
soggettive induce a chiedersi se si possa
parlare qui di una “narrazione oggettiva”, cioè
se gli eventi nella sequenza sono rappresentati
come “dati” indipendentemente da quella sorta
di filtro che è lo sguardo del personaggio che
li vive.
Da una parte la soggettiva, infatti, consiste
proprio nel delegare il racconto dei fatti a un
personaggio. D’altra parte, però, è anche
opportuno considerare se, in quanto modalità
anomala di ripresa, la soggettiva non comporti
piuttosto un parziale svelamento della finzione
cinematografica. Certi usi “estremi” della
macchina da presa (come la soggettiva) possono
avere come affetto quello di rimandare all’atto
della realizzazione del film; in questo modo
può essere suscitata nello spettatore la
percezione di un narratore esterno alla storia
(oggettivo), che coincida, grosso modo, con il
regista.
Il problema inverso si pone al livello delle
inquadrature oggettive da un punto di vista
fisico (ossia quelle inquadrature in cui le
cose non sono viste con gli occhi di un
personaggio). Infatti, non necessariamente
queste escludono che la narrazione avvenga dal
punto di vista cognitivo di un personaggio;
cosa che accade quando lo spettatore “vede”
(nel senso che “sa” ) ciò che quel personaggio
vede/sa. Inoltre le oggettive celano meglio la
presenza dell'autore e, quindi, facilitano la
percezione che sia il personaggio a guidarci
nella storia (che la vediamo, cioè, dal suo
punto di vista).
Cercando di sciogliere alcuni dubbi si può
innanzitutto distinguere fra una modalità di
visione propriamente oggettiva e una in cui lo
spettatore ne percepisce l’oggettività, cioè
quando si fa sentire la presenza di un
narratore esterno alla storia: l'autore del
film. Se confrontiamo la scena del dialogo con
la carrellata che segue l'ingresso dell'amica
nel bagno, ci rendiamo conto che nel secondo
caso la presenza di qualcuno che ci fa vedere
ciò che accade è molto più percepibile. La
differenza sta nel fatto che nel primo caso è
attuata una modalità di rappresentazione
percepita come realistica secondo le
convenzioni cinematografiche (campo/controcampo
), mentre nel secondo vi è una modalità più
anomala che incrina l'illusione filmica.
La prima osservazione che possiamo fare a
questo punto è che la sequenza è disseminata di
inquadrature con punti di vista impossibili
(cioè non corrispondenti alle convenzionali
riprese cinematografiche) e di movimenti di
macchina anomali. Questi hanno la capacità di
evocare nello spettatore l’idea del cinema come
macchina che produce film, offuscando la
finzione cinematografica, o meglio svelandola
in quanto tale, e di ricordargli il suo ruolo
di osservatore esterno. Si tratta solo di brevi
istanti, che, per contrasto, accrescono la
partecipazione emotiva dello spettatore quando
la finzione cinematografica torna a celarsi e
l’azione col suo realismo riprende il
sopravvento.
Questo meccanismo, all’opera nelle oggettive
“impossibili”, funziona anche nella soggettiva,
che è anch’essa, nel suo piccolo, una modalità
di ripresa non del tutto convenzionale. Mentre
persegue il suo intento realistico (far vivere
allo spettatore le cose come se fosse il
personaggio), anche la soggettiva rimanda in
qualche modo al farsi del cinema, più che al
suo prodotto oggettivato. Cosa che sembra
ancora più vera quando la soggettiva è in
movimento (si pensi a quella di Pat verso la
finestra). Ma qui il risultato è più ambiguo,
perché da un punto di vista fisico si vede
comunque ciò che il personaggio vede (e un
minimo di coinvolgimento è inevitabile), e se
si percepisce la presenza di un originario
narratore esterno, non si può fare a meno di
ammettere che in quel momento questo ha
delegato la narrazione al personaggio. Si
percepisce, cioè, un'istanza della narrazione
esterna alla storia, ma allo stesso tempo il
punto di vista narrativo coincide con il
personaggio. È come se l'autore voglia
esprimere la sua facoltà di guardare e di
costringerci a guardare con gli occhi di chi
vive gli eventi.
Un'alternanza frenetica del punto di vista (p.d.v.)
può produrre, come in questo caso, un effetto
di frammentazione. Ricapitolando, al livello
narrativo in questa sequenza possiamo
distinguere:
1. P.d.v. oggettivo (modalità realistica di
ripresa)
2. P.d.v. oggettivo con indizi del narratore
esterno agli eventi (modalità non convenzionali
di rappresentazione, p.d.v. impossibili)
3. P.d.v. di Susy (la prima parte della
sequenza è una transizione da questo p.d.v.,
dominante fin qui, al p.d.v. oggettivo)
4. P.d.v. di Pat (soprattutto nelle soggettive)
5. P.d.v. dell'assassino
Di quest'ultimo conviene parlare adesso perché
è interessante il modo in cui il film lo
costruisce.
La scena del dialogo rappresenta nella sequenza
non solo una pausa ritmica, ma anche l'unico
momento in cui si attenua la sensazione che Pat
sia spiata da qualcuno. Nella parte iniziale
della sequenza, infatti, la vediamo attraverso
gli occhi di Susy; all'ingresso nel palazzo
questa soggettiva è sostituita da un punto di
vista oggettivo che contiene tracce di un
osservatore esterno (es.: la macchina da presa
che indugia sull'ascensore dopo che vi è salita
Pat).
Questa sensazione torna prepotentemente
dall'inquadratura 23 (l'amica entra in bagno,
carrellata indietro fino a fuori dalla
finestra); da questo momento fino all'inizio
dell'omicidio ogni inquadratura rivela la
presenza di un qualche "sguardo". Si alternano
soprattutto lo sguardo di Pat (le soggettive) e
quello del narratore esterno (da fuori della
finestra), la cui presenza si attenua, però,
quando il punto di vista torna all'interno del
bagno. La scena costruisce accuratamente le
aspettative dello spettatore, suggerendo
l'intenzione di indicare una falsa pista:
fargli credere, cioè, che fuori della finestra
ci sia solo un pericolo fittizio, una sorta di
materializzazione delle paure di Pat, che,
distraendola, la renderà facile preda della
minaccia proveniente alle sue spalle. Lo
spettatore "non si lascia trarre in inganno" e,
mentre scorrono le inquadrature, finisce per
identificare il punto di vista interno al bagno
sempre di più con quello dell’assassino; fino
al momento culminante in cui si abbassa la
musica ed è pronto ad assistere all'omicidio.
Ma ecco che lo spettatore, che credeva di
essere più astuto del film e di aver
riconosciuto quella falsa pista, cade nella
trappola e si fa sorprendere dall’attacco, che
proviene invece dalla direzione (in teoria) più
ovvia. Improvvisamente cadono le aspettative
sul punto di vista interno al bagno (che torna
a essere percepito come uno sguardo oggettivo)
e la prospettiva si ribalta: l'autentico punto
di vista dell'assassino, che è fuori dalla
finestra, si rivela in tutta la sua violenza
(il volto di Pat schiacciato contro il vetro
visto dall’esterno).
Da questo momento l'omicidio ci è mostrato con
lo sguardo dell'assassino (anche se non sono
sempre vere soggettive), in alternanza con la
corsa delirante dell'amica attraverso il
palazzo. I punti di vista di questi due
personaggi sono destinati a congiungersi quando
la ragazza arriva sotto il lucernaio; ci sono a
questo punto due soggettive, delle quali una è
autentica (lei che guarda dal basso) e l'altra
(che simula lo sguardo dell’assassino dall’alto
verso il basso) invece è solo fittizia, perché
in realtà l'assassino, che si trova sopra il
lucernaio, non potrebbe vedere l’androne (ma la
differenza non è percepita dallo spettatore).
L'alternanza delle due soggettive diviene
frenetica al crollo della vetrata, mettendo in
scena una sorta di “distruzione dello sguardo
soggettivo” che prepara la rivelazione della
cruda realtà quando si compie il “rito”: il
corpo di Pat rimane appeso nel vuoto, il punto
di vista torna oggettivo.
In verità perché questo processo si realizzi
bisogna aspettare ancora pochi secondi.
L'inquadratura dal basso lascia il dubbio (la
tenue speranza) che stiamo assistendo alla
scena con gli occhi dell'amica (e finchè lo
sguardo è soggettivo, forse, l'omicidio non è
così vero…). Ma questa prospettiva è
abbandonata; la macchina da presa si muove
verso il basso e verso destra e mostra il corpo
dell’amica esanime. Lo shock finale e gratuito
di una realtà che si rivela come crudo stato
oggettivo.
Lo spettatore:
Dall'analisi del punto di vista è emerso che la
sequenza prevede uno spettatore con una certa
conoscenza delle convenzioni del cinema del
terrore. Sembra cioè che questa sequenza, per
poter raggiungere il suo effetto sorpresa,
abbia bisogno di uno spettatore in grado di
percepire la minaccia fuori della finestra come
una falsa pista. Cioè uno spettatore che
conosca certe regole di genere che lo inducano
a pensare: “Poiché scopo del film è quello di
sorprendermi, l’attacco non giungerà
sicuramente dalla direzione su cui la macchina
da presa indugia di più, cioè dalla finestra”.
Proprio a causa di questa sua maggiore
“competenza”, invece, lo spettatore esperto,
come si è detto, verrà sorpreso.
È tipico del cinema del terrore degli anni ‘70
giocare con le convenzioni del genere e
ribaltare gli esiti finali di “sceneggiature”
(cioè situazioni convenzionali) sedimentate
nella conoscenza di spettatori che siano un po'
esperti. Ma selezionare il pubblico secondo un
criterio così ferreo (quasi solo i cinefili…)
non sarebbe coerente con la logica commerciale
cui sono sottoposti questi film. Infatti il
film non si limita a quanto detto finora.
L’horror degli anni ‘70 non sempre ipotizza uno
spettatore così esperto; e in ogni caso, anche
quando lo fa, è previsto che i meccanismi
testuali abbiano successo anche con spettatori
meno sofisticati. Cioè, questi film, compreso
Suspiria, ipotizzano almeno due spettatori :
uno esperto, l'altro generico.
Lo spettatore generico ha una competenza non
sufficiente a riconoscere certi segnali che
sono invece significativi per l'esperto.
Nonostante ciò, il film cerca di costruire
contemporaneamente anche per lui delle
aspettative che producano lo stesso effetto:
sorpenderlo. L’obbiettivo del film rimane
sempre lo stesso: contraddire le aspettative
dello spettatore. Ma gli strumenti usati
saranno diversi nei due casi, perché diverse
sono le competenze ipotizzate.
In questa sequenza allo spettatore meno esperto
non è chiesto di “riconoscere” nel punto di
vista dietro le spalle di Pat quello
dell'assassino, perché il film ipotizza che non
possiede le competenze per ipotizzare una falsa
pista sulla provenienza dell'attacco. Il film,
invece, fa si che possa interpretare quelle
inquadrature dietro le spalle come semplici
oggettive.
Ma questo spettatore non conosce neanche altre
convenzioni del genere: quelli che per lo
spettatore esperto sono segni inequivocabili
della prossima morte di Pat (es.: corrisponde
al prototipo del personaggio scomodo, perché
deve aver scoperto qualcosa e, quindi, va
eliminata; attorno a lei è costruita una
tensione che l'esperto sa non andrà sprecata e
ne preannuncia l'omicidio) non sono per l'altro
altrettanto significativi.
Per esempio il film prevede che lo spettatore
inesperto possa avere delle aspettative più
ampie sul ruolo di Pat nella storia: entra in
scena dopo pochi minuti dall'inizio;
l'attenzione si sposta completamente su di lei
(Susy è messa subito da parte, scompare nella
notte dopo che ne abbiamo seguito la corsa in
taxi); questo spettatore potrebbe anche
confonderla con la protagonista. Il film cerca
di fargli credere che la sua vicenda potrà
avere un seguito: crea le condizioni in cui
possa sperare che non muoia (mentre l’altro
spettatore si convince che è inevitabile forse
già quando apprende che sta cercando di fuggire
). In questo modo l'omicidio in sè stesso si
offre come un colpo di scena. Ma non è solo
così.
Anche il modo in cui l'assassino entra in scena
è assolutamente sorprendente per questo
spettatore (come per l'altro), sebbene non
colga il meccanismo della “falsa pista”. Se è
vero che all'inizio non sospetta che Pat di lì
a poco verrà uccisa (mentre l'altro ne è subito
certo), la tensione che le è costruita intorno
nella scena della finestra è d'altra parte ben
percepita anche da lui; è solo ora che questo
spettatore temerà per la vita di Pat. Ma
l'improvviso abbassarsi della musica per un
istante sembrerà rassicurarlo illudendolo che
tutto sia finito; a causa di questo
allentamento di tensione l'attacco lo coglie di
sorpresa, perché avviene nel momento in cui (ri)emerge
un’aspettativa opposta.
Per concludere, la sequenza prevede due
spettatori: il primo (esperto) è stato persuaso
che Pat verrà uccisa; l'altro (più ingenuo) è
indotto a sperare che ciò non avvenga. L’uno si
vedrà giocato da un attacco che proviene da
dove non poteva aspettarsi (o meglio, da dove
si è persuaso a non aspettarsi proprio a causa
della sua maggiore competenza); l'altro subirà
lo “shock” di vedere le sue speranze eluse
proprio nell'attimo in cui è invitato a tornare
a sperare.
Eppure entrambi sono dei “vincitori". Perché il
modo in cui un film del terrore fa vincere il
suo spettatore è dargli ciò che chiede: la
sorpresa. E quindi coglierlo impreparato,
sorprendere le sue aspettative, ribaltando le
sue certezze o mettendole in crisi. Per lo
spettatore di un film del terrore l’unico modo
per vincere la sua scommessa col film è quello
di perdere.

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