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L'Erede
Regia: M. Zampino- Nazione:ITA - Anno: 2010- Autore: Roberto Giacomelli

Bruno eredita dal padre un casale nella campagna marchigiana. Il primo impatto con l’ambiente non è dei migliori: abitazione da ristrutturare, vegetazione che si estende su ogni cosa e vicini invadenti. Proprio i vicini di casa si rivelano l’incubo di Bruno, prima gentili e disponibili, cominciano all’improvviso a diventare ostili perché vedono il loro territorio “minacciato” dal nuovo arrivato, al quale cercano di estorcere la vendita dell’abitazione…in tutti i modi possibili!

La tematica del conflitto tra civiltà e mondo rurale, tra progresso e tradizione, di certo non è nuova al cinema, ne a quello “alto” ne tantomeno a quello di genere. E proprio nel nostro genere di riferimento, il panorama italiano ha spesso offerto degli ottimi esempi che affrontassero in modo diretto o meno questa tematica. Pensiamo a un certo Lucio Fulci anni ‘70, a Pupi Avati o – recentemente – a Lorenzo Bianchini, solo per fare alcuni nomi, e ci rendiamo conto di come l’addentrarsi di un personaggio proveniente da un contesto urbano in uno rurale possa trovare motivi di orrore ancestrale e violenza normalizzata. L’italo-francese Michael Zampino per il suo esordio nel lungometraggio decide di affrontare proprio questo argomento, leggendolo attraverso le coordinate del cinema drammatico dalle tinte thriller.l'erede
Zampino ha raccontato di aver trovato spunto per “L’erede” da un episodio autobiografico, quando si ritrovò a sua insaputa erede di una proprietà lasciatagli dal padre; la drammatizzazione tipica del cinema spinge Zampino ad immergere il suo personaggio in una situazione da “Un tranquillo weekend di paura”, enfatizzando poco l’aspetto orrorifico della vicenda. E forse risiede qui il limite maggiore di “L’erede”, un film dalle grandi potenzialità di genere non pienamente sviluppate. Zampino ha tra le mani del materiale indiscutibilmente adatto al thriller crudo e truculento di matrice europea, al dramma estremo, eppure frena in ogni scena, si autocensura in ogni scelta intrapresa, getta la pietra e poi nasconde la mano. Tanto per fare un esempio, ad un certo punto si fa riferimento all’incesto, ma nella scena dopo già tutto è risolto in modo normalizzante negando le possibilità di sviluppi in tale direzione. Sembra che Zampino stia facendo un film di genere adattandolo però a un pubblico più ampio e dal palato più delicato.
Soprassedendo su questa evidente idiosincrasia, “L’erede” si presenta come un buon dramma che trova la sua forza nella costruzione e descrizione dei personaggi così come nel susseguirsi degli eventi. Zampino, che scrive la sceneggiatura insieme ad Ugo Chiti (“Gomorra”; “Manuale d’amore 3”), si serve di l'eredealcuni ottimi attori per delineare dei personaggi a volte stereotipati ma di buon impatto. Quelli che ne escono di gran lunga a testa alta sono i “cattivi”, ovvero i tre componenti della famiglia del luogo, tre bifolchi dalla parlata meridionale che fanno propri i tratti caratteristici di questa tipologia di redneck italioti pur personalizzandoli a dovere. Fra i tre la più convincente è la mater familias Paola, interpretata da una bravissima Guia Jelo (“La scomparsa di Patò”), che da vita a un personaggio tanto forte quanto fragile, ma sempre prontamente determinato a raggiungere l’obiettivo prefissato, che in questo caso è la cascina lasciata in eredità a Bruno. Il personaggio di Paola porta avanti un sottile gioco fatto di gentilezze e ricatti, scoppi d’ira e momenti contemplativi, utilizzando l’espediente del colpo di scena familiare sulla sua vittima Bruno, annullando in lui ogni certezza legata al passato. Paola è affiancata dai due figli, il maggiore, Giovanni (un adatto Davide Iorio) e la bella Angela (Tresy Taddei). Il primo è un grezzo e forzuto uomo di campagna a cui basta poco per andare in faville, nume tutelare del focolaio domestico, che è pronto a difendere in ogni modo. Angela è invece una ragazza fragile, forse un po’ infantile per la sua età, vistosamente inadatta all’ambiente che la circonda e infatti intenzionata a sottrarsene proprio grazie l'eredeall’apparizione salvifica di Bruno. Quest’ultimo, interpretato da Alessandro Roja, il Dandi del “Romanzo Criminale” televisivo, qui un po’ sottotono, è il cane di paglia di turno, però stavolta molto meno predisposto a prendere fuoco. L’assimilazione del personaggio di Bruno all’immagine del coniglio, infatti, non è un caso; un codardo incapace di reagire di fronte alle angherie altrui.
“L’erede” presenta una narrazione lineare e ordinata, costruita su un crescendo di tensione che dovrebbe culminare nella sezione “torture” relegata come di norma alla fine. Il problema – e qui ci ricolleghiamo a quella mancanza della voglia di osare di cui sopra – è che il climax finale paradossalmente è la parte peggiore del film. “L’erede” tende a spegnersi lentamente piuttosto che accendersi nelle battute di chiusura; la spirale di drammaticità in cui la narrazione ci stava conducendo trova una soluzione sbrigativa e poco in corda con quello che sta accadendo sullo schermo. C’è qualche cosa che non funziona, una rondella dell’ingranaggio che rischia di lasciarci a piedi proprio sul più bello.
In generale il film è più che sufficiente, supportato anche da una buona resa visiva data dal fatto che “L’erede” sia stato girato in pellicola 16mm, cosa più unica che rara nel cinema indipendente contemporaneo, che cerca di abbattere i costi innanzitutto facendo ricorso al digitale.

Visiona il trailer di L'EREDE


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Tags.............................. erede, michael zampino, alessandro roja, davide iorio, tresy taddei, guia jelo

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