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La Pelle che Abito
Regia: P. Almodovar- Nazione:SPA - Anno: 2011- Autore: Roberto Giacomelli

Robert Ledgard è uno stimato chirurgo plastico che dalla morte della moglie, suicidatasi allo shock per le ustioni riportate in seguito a un incidente stradale, sta cercando la formula per una pelle sintetica più resistente del normale. Per fare ciò Robert ha bisogno di una cavia, Vera, che tiene rinchiusa in una stanza della sua clinica/abitazione e su cui ha ormai ultimato gli esperimenti, malgrado l’ostracismo da parte della comunità scientifica. Con la sola complicità di Marilia, la donna che lo ha cresciuto, Robert è indeciso su come comportarsi nei confronti della sua prigioniera una volta concluso il periodo di sperimentazione, finché un giorno l’irruzione di un uomo nell’abitazione di Ledgard cambierà per sempre la situazione.

In molti hanno salutato “La pelle che abito” come l’entrata (anche se solo trasversale) di Pedro Almodòvar nei territori del thriller/horror. In realtà questa affermazione andrebbe presa con le molle perché, se da una parte è vero che il regista di “Parla con lei” decide di affrontare tematiche da horror scientifico facendo irrimediabilmente tornare alla mente storie di follia chirurgica come “Occhi senza volto”, “Il diabolico Dott. Satana” e “La mano che nutre la morte”, dall’altra è altrettanto vero che Almodòvar fa in primis un film alla Almodòvar. Sembrerà una banale contraddizione, ma il regista spagnolo non rinuncia alla sua personalissima firma anche lì dove magari sarebbe stato un tantino più opportuno allentare la presa ed essere più flessibili, al servizio del genere. Dunque, “La pelle che abito”, in concorso La pelle che abitoal Festival di Cannes 2011, porta tutti i pregi e difetti delle pellicole che legano il proprio nome a quello del regista de “La mala education”.
Partendo dal romanzo di Thierry Jonquet “Tarantula” e riadattandolo molto liberamente insieme al fratello Agustin, Almodòvar costruisce una figura di mad doctor credibile e complessa, così come complessa e affascinante è la tematica che muove l’intero film. La sete di conoscenza e la voglia di raggiungere traguardi di carattere scientifico sono sopraffatti dalla voglia di vendetta, dal rancore per una vita privata andata a rotoli, ricca di dispiaceri e lutti. Ledgard è un genitore vendicatore da rape & revenge prima che scienziato e utilizza tutte le sue competenze in campo chirurgico per attuare una incredibile vendetta che pian piano si trasforma in riscatto per una vita sentimentale stroncata. Uno scienziato che si trasforma in vendicatore che a sua volta diventa un mad doctor da b-movie che muta pian piano in irrimediabile sentimentale in cerca di un’anima gemella. La trasformazione caratteriale di Ledgard è speculare alla mutazione fisica della sua vittima, un essere dall’identità e dalla natura indefinibile e indefinita che rappresenta di fatto il fulcro della vicenda.
Il materiale a disposizione di Almodòvar è a dir poco ottimo, però si nota una certa tendenza La pelle che abitodell’autore a smorzare ogni potenziamento della storia nel momento dei suoi climax principali. L’incursione nel melodramma è accettabile e forse anche necessaria ma il modo in cui è gestita la storia d’amore tra Robert e Vera è poco credibile e troppo repentina. Insomma, passano sei anni di prigionia in cui la vittima odia il carceriere e tenta la fuga in ogni modo, poi improvvisante c’è l’accettazione da parte di Vera, non solo sentimentale ma anche della sua nuova condizione fisica. Il tutto appare fin troppo innaturale e poco credibile, tanto che l’epilogo appare allo spettatore assolutamente telefonato proprio per questa cattiva gestione delle reazioni e dei comportamenti dei personaggi. Inoltre anche l’introduzione di elementi grotteschi gioca a sfavore del film. Mi riferisco in particolare al personaggio del Tigre e alla lunga scena che lo vede protagonista, un momento topico della storia, in quanto innesco al cambiamento situazionale, ma l’insistere sull’immagine grottesca e in-credibile del suddetto Tigre, nonché il suo comportamento irritante, smorza completamente l’intensità della situazione.
Altro difetto di “La pelle che abito” è la discutibile gestione dell’ordine narrativo. Almodòvar decide di partire dal centro della vicenda, raccontando allo spettatore una storia apparentemente ostica. Poi, giunti all’ora di minutaggio, parte un lunghissimo flashback che spiega cosa è accaduto prima, piazzando anche un importante e quasi riuscito colpo di scena. Finiti i quasi 40 minuti di flashback (che sono indubbiamente la parte migliore del film), si torna al presente (anzi al futuro, visto che il film si ambienta nel 2012) per il prevedibile epilogo. Così narrata la storia appare disordinata soprattutto per i blocchi temporali troppo lunghi che fanno quasi perdere la cognizione del tempo e affaticanLa pelle che abitoo la fluidità narrativa. In questo senso il film ci avrebbe senz’altro guadagnato se montato in senso cronologico, anche se il colpo di scena sarebbe stato di più difficoltosa gestione.
Ottimi i due attori protagonisti, Antonio Banderas – che torna a lavorare con Almodòvar a 11 anni da “Lègami!” – dà un’ottima prova di mad doctor, romantico e dimesso ma allo stesso tempo determinato, e altrettanto brava e intensa risulta Elena Anaya (“Nemico pubblico n.1”) nel ruolo di Vera, anche se la sceneggiatura rende poco credibile la troppo svelta rassegnazione e l’accettazione al cambiamento del suo personaggio.
“La pelle che abito” è un Almodòvar in tutto e per tutto: stile visivo elegante, gusto per l’arredamento degli interni e per i costumi, incursione nella tematica della transessualità, ma anche improbabili intrecci familiari, propensione al melodramma “a tutti i costi” e così via. Se vi piace il cinema del noto regista spagnolo sicuramente questo film non vi deluderà, ma io penso che se un soggetto del genere fosse finito tra le mani del Cronenberg a cavallo tra anni ’80 e ’90 (quello di “Inseparabili” e “M. Butterfly”, tanto per intenderci), “La pelle che abito” sarebbe stato un film di ben altra caratura.

Visiona il trailer di LA PELLE CHE ABITO


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Tags.............................. La pelle che abito, Pedro Almodovar, Antonio Banderas, Tranessuale, Chirurgia estetica, Elena Anaya

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