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Blood Story
Regia: M. Reeves- Nazione:USA - Anno: 2010- Autore: Roberto Giacomelli

1983. Il dodicenne Owen vive con la madre in una palazzina a Los Alamos, in New Mexico. La vita del ragazzino si svolge in solitudine, tra lunghi momenti nel cortile di casa e le terribili angherie di tre bulletti che lo infastidiscono ogni giorno a scuola. Una notte, nell’appartamento accanto a quello di Owen si trasferisce Abby, una strana ragazzina che se ne va in giro a piedi scalzi sulla neve e si fa vedere solo quando tramonta il sole. Inizialmente diffidente, Abby comincia ad avvicinarsi ad Owen e tra i due nasce un’amicizia. Ma Abby è un vampiro e ha un continuo bisogno di sangue.

La Hammer Film Productions, storica e gloriosa casa di produzione anglosassone, è resuscitata, ha cambiato proprietà ma sembra essere partita con intenti similari a quelli del passato. Se in “The Resident” hanno voluto come co-protaginista Christopher Lee, volto storico di Dracula e tanti altri film hammeriani, con “Blood Story” hanno operato sotto un duplice aspetto: recupero dell’icona del vampiro e rifacimento di un film preesistente. Ma stavolta non parliamo di film realizzati un ventennio prima o più, come fu per Dracula, Frankenstein o la Mummia, ma di un opera fresca di produzione, il bellissimo e innovativo Blood Story“Lasciami entrare” che il norvegese Tomas Alfredson ricavò nel 2008 dal fortunato romanzo di John Ajvide Linqvist. Inoltre, a differenza di come era accaduto per le suddette icone, stavolta la Hammer non ha deciso di riformulare completamente la storia originale ma ha permesso al regista e sceneggiatore Matt Reeves di costruire un remake-fotocopia, che non è tanto una ulteriore versione del romanzo di Linqvist quanto un vero e proprio remake del film di Alfredson, viste le stesse piccole infedeltà all’originale di carta riproposte anche qui.
Dunque, come era accaduto per remake lampo come “Quarantena”, si riflette più che altro sull’utilità di operazioni come queste fino a cercare di comprenderne il perché, che va puntualmente trovato solo ed esclusivamente se si guarda il tutto sotto l’ottica statunitense. Negli States non si usa doppiare i film stranieri e dunque quelli che giungono hanno la lingua madre con i sottotitoli, e va da se che prodotti in queste condizioni hanno distribuzione/visibilità limitata e sicuramente non sono per tutti. “Lasciami entrare” di Alfredson ha avuto la medesima sorte e “sprecare” una storia così bella in questo modo sarebbe stato un peccato, così è partita l’operazione remake e questa procedura vale per ogni film recente non americano rifatto dagli americani. Ovviamente noi europei, anzi Blood Storyitaliani, che abbiamo la possibilità di usufruire di tutte e due le versioni indistintamente, vista la tradizione cinematografica affidata al doppiaggio, ci indigniamo di fronte a queste operazioni e non è raro che partiamo con denunce di razzismo e/o potere globalizzante dell’industria culturale americana senza sapere in realtà come funziona il mercato. Con questo non voglio giustificare in toto operazioni del genere, ma bisogna anche pensare al fatto che “Lasciami entrare” è un film bellissimo e “Blood Story” ne perde il confronto solo perché abbiamo già visto il precedente e ci viene stimolata la sensazione di totale déjà-vu, altrimenti la qualità del film di Reeves è comunque molto alta.
Il regista di “Cloverfield” riscrive la storia della piccola vampira ambientandola nel New Mexico reaganiano e smussando le ambiguità morboso/sessuali che si celavano nell’altro film e soprattutto nel romanzo. È questa la differenza principale: Abby è una vampira femmina, non c’è più nessun elemento che possa testimoniare la sua precedente sessualità, così come quell’alone di acerba omosessualità che sembrava avvolgere il personaggio di Oskar non è riproposto in Owen, definendo così in modo più netto i ruoli sessuali dei due bambini. Anche l’aspetto pedofilo che lì legava la vampiretta al suo tutore è qui leggermente ridimensionato dal ritrovamento da parte di Owen di una “prova” che chiarisce l’indefinito rapporto che c’è tra l’anziano e la ragazzina. A sua volta, però, Reeves accentua il Blood Storylato più prettamente orrorifico, dando alla vampira un aspetto più mostruoso quando è affamata, facendola muovere in modo innaturale e più animalesco quando è a caccia e spargendo più sangue nelle uccisioni che risultano così più violente.
Reeves si mostra ottimo dietro la macchina da presa, prediligendo piani fissi, angolazioni strane e “scomode”, riflessi e spargendo un’affascinante atmosfera di statica rassegnazione che ben si lega alla tematica della solitudine, predominante nel racconto. In molti aspetti lo stile di Reeves, completamente opposto a quello del precedente “Cloverfield”, ricorda il primo Shyamalan, quello di “Il sesto senso” e “Unbreakable”, tanto per intenderci, dando al film una chiara connotazione vintage. Buon lavoro di Greig Fraser sulla fotografia, che tende ad esaltare i colori caldi malgrado il film sia ambientato durante un inverno nevoso e molto buona anche la colonna sonora di Michael Giacchino, che predilige i suoni d’atmosfera, spesso anche poco musicali.
È interessante notare come Reeves abbia ben caratterizzato tutti i personaggi concentrandosi maggiormente sull’universo infantile. In pratica ogni personaggio presente nella storia è inquadrato sotto il punto di vista di Owen, dunque la madre assente non è mai inquadrata in viso, il padre è solo una voce al telefono, l’insegnante di educazione fisica è sostanzialmente un buono a nulla seppur volenteroso, la vicina di casa Blood Storyun’irraggiungibile oggetto del desiderio e il poliziotto un impotente vittima da sacrificare. Ovviamente tutto ciò accadeva anche nel film di Alfredson, Reeves però è riuscito a riadattare e forse estremizzare il tutto.
Niente da dire sull’operato degli attori: perfetti i due bambini protagonisti Kodi Smit-McPhee, già visto al fianco di Viggo Mortesen in “The Road” e Chloe Moretz, indimenticabile Hit Girl in “Kick-Ass”. Al loro fianco è doveroso citare i sempre bravi Richard Jenkins (“L’ospite inatteso”) nel ruolo del tutore di Abby e Elias Koteas (“Il messaggero”) in quello del poliziotto che si occupa del caso dei misteriosi decessi.
“Blood Story” è tanto bello quanto inutile. Stephen King l’ha definito il miglior film horror degli ultimi venti anni, affermazione forse un po’ esagerata ma comprensibile…solo che Stephen King probabilmente è uno dei tanti americani che non hanno visto “Lasciami entrare”.

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Tags.............................. Blood Story, Lasciami entrare, Let me in, Amami sono un vampiro, Matt Reeves, Tomas Alfredson, Hammer, Chloe Moretz

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