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L'Arrivo di Wang
Regia: Manetti Bros.- Nazione:ITA - Anno: 2011- Autore: Roberto Giacomelli

Gaia lavora a Roma come interprete di cinese. Un giorno la ragazza viene chiamata per una traduzione simultanea urgente per la quale verrebbe pagata molto bene. Dopo qualche perplessità iniziale, Gaia accetta l'incarico e viene condotta in un bunker segreto dove dovrà tradurre le parole del misterioso signor Wang che si trova sotto interrogatorio. L'interrogatorio è condotto dall'impaziente Curti e si svolge al buio per una questione di segretezza e per salvaguardare la stessa Gaia, ma questa si rifiuta di lavorare in quelle condizioni chiedendo di vedere in volto il signor Wang.

L’Italia e il genere cinematografico della fantascienza non sono mai andati troppo d’accordo. Non si tratta di una condizione conflittuale ma di un mancato sodalizio che per motivi probabilmente culturali ed economici non è mai riuscito a crearsi. Forse è la morfologia territoriale del Belpaese a non sposarsi, appunto, con le esigenze che da sempre la fantascienza ha (influenzate dall’immaginario letterario), oppure è la convinzione che servano grossi budget per fare film di fantascienza credibili… budget che non appartengono al nostro L'arrivo di Wangmodo di fare cinema. Fatto sta che ad esclusione di una manciata di pellicole prodotte tra gli anni ’60 e ’70 da ottimi artigiani come Antonio Margheriti e Mario Gariazzo, qualche sporadica incursione cozziana anni ’80 e il “ricco” “Nirvana” di Salvadores, la fantascienza tricolore è materiale estremamente raro.
Come abbiamo avuto modo di constatare con gli esempi di “6 giorni sulla Terra” e “L’ultimo terrestre” (quest’ultima però è un’opera di contaminazione), negli ultimi mesi però la fantascienza è diventata improvvisamente di moda tra i cineasti italiani. Una moda che non sta fruttando i rientri economici sperati e che sembra dettata più da una onesta esigenza espressiva, ma che di fatto sta facendo assaporare al pubblico un modo di fare cinema italiano del tutto inedito. A rimarcare questa tendenza abbiamo ora “L’arrivo di Wang”, personalissimo tentativo da parte dei talentuosi Manetti Bros. di raccontare una storia di alieni a Roma decisamente originale e coraggiosa. E proprio “L’arrivo di Wang” ci appare come quel link di L'arrivo di Wangcongiunzione tra un certo cinema indipendente italiano e una produzione potenzialmente competitiva su scala internazionale, quell’anello di congiunzione che nei due film che l’hanno di recente preceduto mancava.
“L’arrivo di Wang” è un film sorprendete, sicuramente imperfetto ma carico di quell’aria di novità che lo avvalora e sicuramente lo arricchisce qualitativamente. I fratelli Manetti prendono uno dei topoi più ricorrenti nel cinema di fantascienza, l’incontro con un essere extraterrestre, e lo caricano di significati e suggestioni capaci di differenziare questo prodotto dalla massa.
Il fatto che “L’arrivo di Wang” sia quasi interamente ambientato in una stanza e incentrato su un interrogatorio a un alieno è allo stesso tempo croce e delizia del film. Qualcuno l’ha definito pertinentemente “fantascienza da camera” e può essere considerato questo un geniale espediente per contenere il budget e concentrarlo per pochi elementi, pur raccontando una bella storia su un incontro ravvicinato. Allo stesso tempo l’estrema compattezza narrativa che fa si che il film sia raccontato quasi in tempo reale, è anche l’unico svantaggio che affligge l’opera dei Manetti, mostrando alcune falle di ritmo nella parte centrale dell’opera in cui l’azione si fa estremamente ripetitiva (non solo si tratta un grosso blocco rappresentato dall’interrogatorio, ma le domande L'arrivo di Wangstesse che Curti fa a Wang sono sempre le stesse, alle quali riceve sempre le stesse risposte).
La storia è comunque avvincente e soprattutto nell’ultima parte si fa ricca di buone idee e colpi di scena che riescono a far chiudere un occhio sullo stallo centrale. Ciò che poi risulta riuscito l’estremo realismo che una storia tanto assurda riesce a contente. La reazione di Gaia alla situazione bizzarra in cui si trova coinvolta è credibile, così come sono credibili i due personaggi principali del film – Gaia e l’agente Curti – interpretati dai bravissimi Francesca Cuttica (“Dieci inverni”; “La prima linea”, un’attrice da tenere d’occhio!) ed Ennio Fantastichini (“Saturno contro”; “Il mostro di Firenze”). Interessante, poi, il discorso condotto sul diverso e sulla forza del pregiudizio, applicata in modo inversamente proporzionale sia da Curti che da Gaia. Per i due personaggi il diverso, che in questo caso è l’alieno ma anche l’extracomunitario in un non sospetto gioco di similitudini con il popolo cinese, è sia colpevole che vittima, certezza di terrorismo interplanetario e facile capro espiatorio per un aspetto fisico facilmente colpevolizzante. Il film L'arrivo di Wangovviamente prende una strada ben precisa su questo argomento nell’ultimo atto del film, ma il confronto/scontro tra i due personaggi che porta alla soluzione è decisamente ben condotto.
Ruolo fondamentale in “L’arrivo di Wang” è svolto dagli effetti visivi curati dalla società romana Palantir, grazie alla quale si riesce a creare un ottimo extraterrestre digitale avendo come punto di riferimento solo l’attore che interpretava sul set Wang, il cinese Li Yong. La resa del signor Wang è di primissima qualità, un effetto speciale – per il quale sono serviti 15 mesi di lavorazione – che non ha nulla da invidiare agli effetti visivi dei più blasonati blockbuster americani. Anche il look dell’alieno è accattivante e memorabile, capace di ancorarsi all’immaginario preesistente sugli extraterrestri e allo stesso tempo a differenziarsene creando una gradevole variante dalle espressioni umanizzate.
“L’arrivo di Wang” è un film che in Italia mancava, un lavoro coraggioso e ben fatto che ci si augura abbia la fortuna che merita, così da dare linfa vitale e innesco a un genere che non sembra riuscire ad ingranare realmente.
Aggiungete mezza zucca.

Visiona il trailer di L'ARRIVO DI WANG


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