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Chained
Regia: J. Lynch- Nazione:USA - Anno: 2012- Autore: Roberto Giacomelli

Una donna e suo figlio escono dal cinema e prendono un taxi che li riporti a casa, il tassista però sequestra i due e li conduce nella sua abitazione fuori città. L’uomo uccide la donna e incatena il bambino con l’intento di crescerlo come suo erede e successore nella professione di killer. Il tempo passa, il ragazzino cresce e il suo tutore/carceriere continua l’attività di assassino, rapendo e uccidendo giovani donne, finchè un giorno l’uomo decide che è arrivato il momento che il ragazzo commetta il suo primo omicidio.

“Chained”, ovvero quando il torture porn ha pretese autoriali.
Un filone nato da prodotti dichiaratamente commerciali – nonché seriali – come “Saw” e “Hostel” si inquadra difficilmente nel girone del cinema “alto”. In un certo senso solo Laugier con il suo “Martyrs” è riuscito a dare un’impronta decisamente autoriale a una storia di torture e sofferenze con virate di splatter e ultraviolenza, per il resto Chainedcalma piatta. E non risolleva le sorti di questa tesi neanche “Chained”, il thriller con forti connotazione drammatiche che Jennifer Lynch confeziona in seguito alla sua rinascita lavorativa. Come suggerisce il cognome, Jennifer Lynch è la figlia del noto David artefice di capolavori come “The Elephant Man” e “Velluto Blu”, una figlia d’arte che a soli 23 anni, sotto l’ala produttrice di papà, diresse il suo primo film, lo scult “Boxing Helena”, criticatissima opera prima che costò alla regista oltre dieci anni di inattività. Al suo ritorno alla Lynch dice male e l’horror prodotto da Bollywood “Hisss” le viene tolto di mano, rimontato, rimusicato e risonorizzato, diventando praticamente un’altra cosa in confronto alle intenzioni della regista. Va decisamente meglio con il thriller “Surveillance”, e in seguito questo thriller/drama/horror “Chained”, qua e là considerato il miglior lavoro fino ad ora della Lynch.
Ma “Chained” è il classico buco nell’acqua, un film che promette e poi non mantiene, filmetto ultra indie che non riesce a cogliere la libertà espressiva che Chainedquesti prodotti potrebbero e dovrebbero avere per allinearsi a un idea di cinema finto truculento più adatto alle platee dei festival che a quelle dei cinema. “Chained” ha un’idea di base piuttosto banale, ma non per questo esente di spunti interessanti, che spesso ha dato vita a opere affascinanti e disturbanti, ovvero documentare in modo realistico ed esplicito la vita di un serial killer. Il passato ci ha offerto una marea di film mediocri e pessimi sull’argomento (i vari “Ted Bundy”, Ed Gein”, “Dahmer” e compagnia bella), ma anche chicche come “Henry – Pioggia di sangue”. “Chained” non va di certo a scadere in sozzure come quelle dirette da Lommel e Feifer, però un film come “Henry” è lontano anni luce, cadendo principalmente nella mortale trappola del film che vuole “darsi un tono” senza averne le possibilità.
Si vede immediatamente che la Lynch voleva fare un film introspettivo e capace di sondare l’animo tormentato di un reietto della società, con la pregevole variante di cercare un punto di vista nel frutto di questa anomalia sociale. Il protagonista della vicenda è infatti questo ragazzo ridotto a prigioniero, ma allo stesso tempo continuamente sottoposto a un processo di apprendimento che dovrebbe trasformarlo in un mostro come colui che lo ritiene recluso. Il ragazzo non ha nome, è subito umiliato e spersonalizzato dal suo carceriere e Chainedchiamato Coniglio. Lo sguardo del ragazzo è per la maggior parte del film privo di giudizio, come assuefatto all’orrore e alla violenza, anche se la regista ci ricorda in ogni momento quanto sia sgradevole e disgustoso il killer, interpretato molto bene da un Vincent D’Onofrio sempre più mastodontico.
Questa è la base del film, la sua anima, poco originale ma allineabile su un percorso che potrebbe stupire. Invece il film è anestetizzato dall’inizio alla fine, noioso e ripetitivo in un andirivieni di vittime condotte in casa, uccise quasi sempre fuori campo e seppellite in cantina. Manca un vero interesse nell’iter narrativo e si percepisce solo una monotonia che investe il racconto, le azioni e la scenografia.
Ogni tanto si punta ancora più banalmente a giustificare le gesta del killer con flashback che ci mostrano l’infanzia difficile dell’uomo, sopraffatto da un padre violento, in una sola occasione la Lynch ci concede una spruzzata di splatter con una gola tagliata, poi, quando dovrebbe esserci un po’ di pepe sul finale, entra in scena un personaggio – la ragazza che Coniglio dovrebbe uccidere – che si comporta in modo talmente irreale da lasciare basiti. Perfino il colpo di scena finale è così assurdo e lontano da ogni logica nel suo essere messo in scena da far irritare piuttosto che stupire.
Di questo pseudo torture porn, scritto con la mano sinistra dalla stessa Lynch e totalmente privo della voglia di osare, rimane solo la buona performance degli attori e una bella fotografia che utilizza in modo funzionale i colori caldi.
Provaci ancora Jennifer e non ti arrabbiare se ti mettono a confronto con tuo padre.

Visiona il trailer di CHAINED


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