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"Thriller Italiano in cento film", recensione del libro e intervista agli autori

Thriller italiano in cento filmNegli anni '60, quando il cinema italiano viveva uno dei momenti più fortunati e prosperosi per le produzioni di genere, si affacciava un nuovo filone che avrebbe riscosso così grandi consensi - soprattutto di pubblico - da avviare almeno due lustri di ininterrotte produzioni e un prolungamento di rotta che, seppur in maniera sporadica, si presenta ancora oggi. Parlo del thriller all'italiana, qualora detto giallo per rimarcare una certa costruzione classica letteraria, qualora più goliardicamente spaghetti thriller.

Comunemente l'inaugurazione di questo amato filone si fa risalire a Mario Bava, pioniere di tanto cinema italiano, e al suo bellissimo "La ragazza che sapeva troppo" (1963), ma nell'utile manuale edito da Le Mani "Thriller Italiano in cento film", gli autori Claudio Bartolini e Luca Servini pongono come apripista "Il rossetto", firmato da Damiano Damiani ben 3 anni prima il canonico "inizio". Poco importa, però, chi sia stato il "primo", il punto è che destrutturando un genere come il thriller, ampiamente rodato da più tradizioni cinematografiche, gli italiani sono riusciti a donargli nuova linfa vitale e a far scuola su panorama internazionale. Estrapolare del nuovo da materiale datato e ridefinire completamente linguaggi e stilemi di un genere... in fin dei conti l'Italia era già riuscita in quest'impresa con il western pochi anni prima, lo spaghetti thriller è un arguto e interessante ulteriore cambio di rotta sulla nostra proverbiale arte di arrangiarci. E il libro a cura di Bartolini e Servini è il testo ideale per celebrare una tradizione fondamentale della cinematografia italiana.

In 250 pagine circa, i due autori analizzano 100 film fondamentali della filmografia thriller italiana (come da titolo). I film sono presentati in ordine cronologico, quindi dal succitato "Il rossetto" di Damiani, al recentissimo "Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata" di Vanzina e per ognuno di loro c'è una ricchissima scheda di presentazione (cast, crew, durata, titolazione internazionale e altro) e di volta in volta un'analisi abbastanza completa per ogni opera.
Il volume si apre con una lunga introduzione del critico Roberto Della Torre, che disquisisce proprio sull'argomento cardine della trattazione rivangandone le origine letterarie e i primi film dell'epoca del muto fino all'exploit italiano di ieri e l'evoluzione odierna. Seguono le schede, 100 film presi in esame che rappresentano i punti focali della produzione thriller italiana. Diciamo che malgrado l'imposizione di contenimento data da un numero relativamente limitato di opere da prendere in esame, il libro è piuttosto ricco poiché cento film per un filone che ha dato il massimo di se in circa un lustro vuol dire portar dentro quasi tutto, o almeno tutto ciò di più conosciuto e rappresentativo. Non vi troveremo, per esempio, i poco noti "Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile", "La morte scende leggera", "La rossa dalla pelle che scotta" o "La ragazza dal pigiama giallo", tanto per fare qualche titolo, ma il corpus dell'opera comprende anche numerosi titoli che travalicano il filone conservandone gli elementi base, come i gotici "L'orribile segreto del Dr. Hichcock" e "Un angelo per Satana" e gli orrorifici/soprannaturali "Shock" e "Shadow".
Ogni scheda si propone sia di approfondire l'opera presa in esame che di analizzarla sotto un aspetto puramente tecnico e sociologico, riuscendo così a ricavare dal film informazioni e allo stesso tempo visioni e congetture dell'epoca produttiva.

Gli autori avevano già dato il loro contributo nella saggistica dedicata al cinema di genere italiano (Bartolini con "Il gotico padano. Dialogo con Pupi Avati" e "Nero Avati. Visioni dal set", Servini anche con "Nero Avati" e "Cripte e Incubi"), inoltre sia Bartolini che Servini provengono dal settore della critica di genere, scrivendo per la rivista Nocturno, Film Tv e diversi portali web dedicati all'argomento. Questo li ha aiutati sicuramente a sviluppare una visione completa e competente dettata principalmente dalla passione per il cinema, per "certo cinema" in particolare. La scrittura a metà tra il colloquiale e il formale e l'ordinazione cronologica offrono il compromesso perfetto per una veloce e fruibilissima consultazione, che fa di "Thriller Italiano in cento film" un volume gradevole da leggere e piuttosto utile da possedere sia per gli appassionati del genere che per i neofiti che vogliono muovere i primi passi nello spaghetti thriller.
"Thriller Italiano in cento film" è dunque un'opera allo stesso tempo ambiziosa e conscia dei propri limiti da opera enciclopedica sul genere, un lavoro che si può dire senz'altro riuscito nel suo complesso.

THRILLER ITALIANO IN CENTO FILM
Autori: Claudio Bartolini e Luca Servini
Editore: Le Mani
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 268
Prezzo: 18 €


INTERVISTA

Iniziamo con una domanda d’obbligo. Chi sono Claudio Bartolini e Luca Servini?

Claudio Bartolini. Claudio Bartolini. Claudio Bartolini è un (ex?) ragazzo che da tre anni lavora come redattore e critico per Film Tv e collabora con svariate testate cartacee e on-line. Siccome ha poco tempo libero, ha deciso di dedicarsi all’impossibile impresa di allungare le giornate a 48 ore l’una. Dopo esserci misteriosamente riuscito, ha iniziato a pubblicare saggi di cinema e… eccolo qua, con due ingombranti tomi sul gotico padano di Pupi Avati alle spalle, un dizionario critico sul thriller italiano e tanti progetti in dirittura d’arrivo o in rampa di lancio.
Luca Servini. Dietro ad un tranquillo aspetto di tecnico informatico super-tecnologico si nasconde un cinefilo incallito di vecchia data, rispondente al nome di Luca Servini: fin dalla giovanissima età studioso e divoratore di tutto ciò che è cinema, egli ha lavorato come aiuto regista, aiuto operatore e montatore su set di cinema, televisione e pubblicità. E’ uno dei collaboratori storici della rivista Nocturno Cinema, assiduo collezionista di film e profondo conoscitore del cinema di Pupi Avati, del quale negli anni ha costruito un vero e proprio archivio di rarità, ed è cultore del genere fantastico italiano. I suoi due film della vita sono Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma e Zeder di Pupi Avati.


Secondo voi che avete scritto un libro sul genere thriller all’italiana, qual è stata l’importanza e il limite di questa tipologia di film per il cinema italiano e internazionale di ieri e di oggi?

C. B.. Iniziamo con la sua importanza, davvero capitale per la costruzione di un cinema nero che travalicasse i limiti (visivi, grammaticali e narrativi) imposti dalle narrazioni gotiche anni 60. Il thriller italiano squarcia l’immaginario filmico della paura e offre al pubblico di fine 60 e inizio 70 un divertimento estremo, che da una parte appaga un voyeurismo da sempre insito in chi guarda (e scruta morbosamente) un film, dall’altra crea un sistema di coordinate più vicine allo spettatore. Narrazioni contemporanee e topograficamente prossime al reale quotidiano scuotono l’immaginario e creano un marchio riconoscibile ed esportabile. In Francia, dopo aver adottato il gotico di Freda, Bava, Margheriti & Co., si innamorano di Argento, Fulci e Dallamano, mentre gli americani si spingeranno oltre dando inizio a filoni (su tutti lo slasher) profondamente debitori nei confronti dei capostipiti nostrani (nella fattispecie, opere seminali come Reazione a catena o 5 bambole per la luna d’agosto). Il limite del thriller italiano è legato inevitabilmente alla sua scarsa capacità di rinnovarsi, soprattutto in seguito all’avvento dell’horror sul finire dei 70 e, di conseguenza, all’innalzamento dell’asticella della spettacolarizzazione del terrore. Il thrilling non bastava più: gli anni 80 erano tempi di splatter e budella, non (più) di suspense.
L. S.. L’importanza del thriller all’italiana è stata
principalmente quella – all’inizio - di aver “importato” nel Belpaese un genere che non ci apparteneva di fatto, e di averlo saputo plasmare e modellare secondo precisi canoni e scelte stilistiche “di casa nostra”, che faranno poi scuola anche all’estero. Il limite è forse stato quello di aver raggiunto, negli anni Ottanta, un punto di saturazione del genere (ma il discorso non vale solo per il thriller) che è sfociato poi in una certa ridondanza e piattezza stilistica che ne ha inevitabilmente decretato una prematura fine.

Da qualche anno a questa parte è stata condotta una vera e propria opera di rivalutazione per il filone del thriller italiano, così come per altri film di genere prodotti nel nostro Paese tra gli anni ’60 e ’80 e all’epoca spesso trattati con sufficienza dalla critica. Secondo voi questa rivalutazione da cosa è dovuta?

C. B.. La rivalutazione è un’operazione inevitabile in ogni territorio simbolico di dominio pubblico. In alcuni casi è fuorviante, poiché non è in grado di agire in base a coordinate oggettive di qualità narrativa, di messa in scena o in quadro di un’opera. Rivalutare Giallo a Venezia e accomunarlo a produzioni thriller di levatura ben più alta significa appiattire la materia e, purtroppo, svilire la stessa opera di rivalutazione. Il discorso cambia quando alla base di tali procedimenti ci sono indagini filologiche e studi approfonditi, motivati e a largo raggio. Se rivalutiamo i gialli di Sergio Martino in base all’identificazione di una ben precisa poetica di approccio al genere dell’autore è un conto; se rivalutiamo ogni pellicola con sangue, tette e serial killer è tutt’altro discorso. In realtà è il cinema stesso che ha rivalutato compiutamente certe produzioni del Belpaese, ben prima che lo facesse la critica. E ben prima che lo facessero Tarantino o Rodriguez. Basta pensare ad autori del calibro di Scorsese, Landis, Dante, De Palma. Le loro filmografie sono attraversate da suggestioni di genere profondamente italiane.
L. S.. La rivalutazione del nostro cinema di genere è esplosa da noi – come molte altre cose del resto – tardivamente rispetto ad altri paesi: noi, che quei film li abbiamo prodotti ed esportati in tutto il mondo, siamo stati gli ultimi a riportarne in auge i fasti, mentre i cugini d’oltralpe così come i tedeschi e gli americani organizzavano retrospettive già
all’epoca della loro uscita. Non dovremmo essere fieri che grazie quasi esclusivamente a personaggi come Tarantino il nostro cinema di genere sia tornato di moda e di conseguenza dovutamente rivalutato. Non fosse per i nostri film, registi come lui non avrebbero riscosso il successo che hanno avuto con pellicole costruite sulle citazioni dei nostri film di genere.

Recentemente in Italia si fa poco thriller per il cinema, genere assorbito spesso dalla fiction tv e ammorbidito per il pubblico di prima serata. A parte qualche sporadico esempio portato avanti da Puglielli, Bava ed Infascelli, oppure il ritorno dei Vanzina a “Sotto il vestito niente”, io fatico a ricordare thriller italiani odierni che rimandino al periodo più fecondo per il genere. Voi cosa pensate del futuro del thriller italiano?

C. B.. Innanzitutto aggiungo alla lista At the End of the Day, (iper)moderna incursione nello slasher/torture operata da Cosimo Alemà nel 2011 che, accanto a Shadow di Zampagliene, apre nuove prospettive di esplorazione del genere. Purtroppo, come accennavo in precedenza, il nostro thriller è stato incapace di rinnovarsi appieno come hanno fatto altri generi in altri paesi (pensiamo, per esempio, ai recenti casi di horror francesi e spagnoli di qualità teorica e filmica elevatissima). Colpa delle produzioni e delle distribuzioni? Sicuro. Colpa della crisi creativa che da anni attanaglia i nostri autori? Certamente. Colpa della scarsa richiesta di un pubblico (di nuovo, come negli anni 60) alla ricerca di spaventi stranieri? Ovviamente. Tutte queste ragioni fanno sì che il thriller (ma anche il western, la fantascienza, l’horror, l’erotico) sia un prodotto senza mercato, al momento destinato a produzioni indipendenti e al mercato home video. Speranze? Poche ma buone, visti i titoli che citi sopra e che ho appena aggiunto.
L. S.. Il futuro del thriller italiano attualmente si attesta su livelli stazionari non troppo rassicuranti, condizionato com’è il nostro cinema dagli standard
televisivi: a parte qualche sporadico caso, il nuovo cinema thriller italiano assomiglia a una fiction tv gonfiata a trentacinque millimetri il cui unico scopo è – comunque – il piccolo schermo. E di conseguenza tutto ciò che ne deriva da una destinazione di questo genere: poca suspense, poca violenza, poco tutto. Ci vorrebbe una buona dose di coraggio da parte di qualche produttore per rimettere in piedi il palmares di un genere in cui siamo stati maestri ma che, ad oggi, abbiamo lasciato volentieri ad altri.

Nel vostro libro sono stati analizzati cento film, ma voglio restringere il campo: mi dite cinque titoli a ciascuno che ritenete fondamentali per il genere thriller italiano?

C. B.. Domanda spinosa. Se fossi costretto a sceglierli, direi:
La casa dalle finestre che ridono, per il mio rapporto speciale con Pupi Avati e per l’enorme carica teorica del film; Sette note in nero, che giudico il miglior esempio di messa in quadro nel thriller nostrano; Lo strano vizio della signora Wardh, ovvero l’opera che mi ha fatto appassionare alla materia; Murderock. Uccide a passo di danza, perché riassume il rito di passaggio del nostro thriller dagli anni 70 agli 80; L’ultimo treno della notte, riflessione gelida, estrema e definitiva sulle profondità del cinema di genere, compiuta da un maestro di cinema come Aldo Lado.
Ne avrei come minimo altri 20, ma una scelta andava pur fatta…
L. S.. I titoli fondamentali sono molti, quasi tutti… ma se cinque devono essere, eccoli: La casa dalle finestre che ridono, Sette note in nero, Profondo rosso, Sei donne per l’assassino e Tenebre.

Autore: Roberto Giacomelli - Data: 09/01/2012 -
Contatto: redazione@horrormovie.it

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