NEWS

H.M.D.B. |

DVD |

RUBRICHE |

SHOP |

FORUM |

VIDEOS |

Intervista a Maxì Dejoie, regista di "The Gerber Syndrome"

The Gerber Syndrome Il contagioINTERVISTA A MAXI’ DEJOIE
A cura di Roberto Giacomelli

In occasione dell’uscita in DVD (etichetta Videa) del film “The Gerber Syndrome: Il contagio”, abbiamo intervistato il regista Maxì Dejoie, qui al suo esordio nel lungometraggio dopo una lunga gavetta con corti e video musicali.
Se volete leggere la recensione di Horrormovie.it al film “The Gerber Syndrome” cliccate qui.


Perché hai deciso di fare un film di genere fanta/horror sul tema “virus e contagi”?

Verso la fine del 2009 ci fu la cosiddetta epidemia di influenza suina, i media non parlavano d’altro, e in giro si sentiva molta tensione, la gente aveva paura. Ammetto che anche io ero un po’ preoccupato, tant’é che per diverse settimane non andai neppure al cinema, cosa per me molto rara. Poi, un po’ per volta, si è capito che si trattava di un falso allarme, o quanto meno, di una situazione meno allarmante di quanto i governi e i media avessero voluto farci credere. Così ho iniziato a pensare: ma se invece di essere un falso allarme si trattasse di un’epidemia seria, come lo sono state l’influenza spagnola o la peste bubbonica, come si comporterebbero i governi? Le istituzioni sanitarie? I media? La gente comune? Avevo molte domande e con l’aiuto di due medici, una virologa e un infettivologa, ho cercato di dare alcune risposte, che ho inserito nella sceneggiatura del film.


The Gerber Syndrome utilizza il linguaggio del mockumentary. Per quale motivo hai optato per questa scelta?

Sicuramente il mockumentary offre un grande vantaggio dal punto di vista economico, girare un film come se fosse un documentario abbatte i costi, però non è stata quella la prima motivazione che ci ha spinto a puntare su questo linguaggio. Ho avuto modo di verificare che in giro la credenza “se lo ha detto la TV deve essere vero” è ancora molto diffusa. Così ho pensato che una storia del genere, raccontata in questo modo potesse risultare più credibile per una certa parte di pubblico, e per alcuni sarebbe stato più semplice immedesimarsi nei personaggi perché quelli che vedono sembrano persone normali, con dei problemi che forse non sono normali ma che potrebbero succedere a chiunque, in un quartiere che somiglia a quelli in cui viviamo, perché non siamo a New York, Londra o un’altra metropoli altamente riconoscibile che è già stata vista in tanti film, siamo in una villetta qualsiasi di un quartiere qualsiasi. Quello che sto vedendo sullo schermo potrebbe succedere al mio vicino di casa come potrebbe succedere a me.


Negli ultimi tempi i mockumetary sono molto diffusi, spesso nell’accezione del found footage, e non solo nel genere horror in cui sono diventati celebri, ma anche in generi insospettabili come la commedia (Project X) e quello superoistico (Chronicle), con un ottimo successo di pubblico. Come spieghi questo fenomeno? Non c’è il rischio di stancare lo spettatore e saturare il mercato?

Innanzitutto ci terrei a differenziare il mockumentary dal found footage; sono due generi molto diversi, con regole e obiettivi differenti. E’ vero, ultimamente il found footage è stato declinato in molti generi, a volte con risultati molto buoni secondo me (come l’ottimo Chronicle, che finalmente ha detto qualcosa di nuovo sul genere dei super eroi).
Tuttavia, di veri mockumentary non posso dire di averne visti molti ultimamente. La prima parte di District 9 puntava al mock, anche se poi ha preso una direzione totalmente di fiction. C’è stato il Mundial Dimenticato, un vero mockumentary, italiano, che non ho ancora visto ma di cui ho letto un gran bene.
Penso che queste nuove forme di cinema siano la logica conseguenza del tipo di società mediatica in cui ci troviamo, in cui tutti sono operatori, giornalisti, attori e registi. Un film come Paranormal Activity è un figlio di Youtube e della rete. Anche il modo in cui è stato scoperto e poi distribuito (ammesso che la storia sia vera e non una costruzione del marketing di Paramount) ha lanciato un segnale molto forte (e molto americano) anche tu puoi farcela! Anche tu puoi fare un film con due lire e tirare su un sacco di soldi! Questo precedente di successo ha chiaramente generato un’infinità di sequel, copie, emuli, più o meno riusciti, che penso andranno avanti allo sfinimento finché non verrà fuori il nuovo trend e allora la storia si ripeterà da capo. Questa sequela di film di genere è alimentata anche dall’idea che realizzare un found footage sia facile, quando non è così, è difficile tanto quanto un film normale, se non di più, e per un regista può essere molto frustrante perché non ci si può prendere nessuna libertà; ogni inquadratura, ogni elemento del film deve essere pensato in base alla credibilità dello stesso. Basta un elemento fuori posto che tutta la credibilità del film crolla.
Effettivamente il rischio di stancare lo spettatore c’è. Soprattutto per il pubblico dell’ horror. Negli ultimi tempi mi è parso di sentire una certa noia da parte del pubblico riguardo ai film di questo genere; penso che ci sia la volontà di tornare alle tradizioni, di vedere dei cari vecchi film horror come se ne vedevano qualche anno fa. Effettivamente ormai è difficile avere paura per un film. Troppo spesso i registi puntano sul disgusto invece che sulla paura. Personalmente devo dire di essere più infastidito dal torture porn che non dai mock/found footage. Il voler shockare il pubblico con violenze sempre più efferate, ma del tutto prive di logica o di storia mi pare un’abitudine deleteria. Ormai sembra quasi una gara a chi è censurato in più paesi, come se questa fosse una nota di merito.


I tuoi infetti appaiono a metà tra i posseduti e i nuovi “zombi” di tanto cinema horror recente. Hai preso ispirazione da qualche pellicola esistente, come ad esempio lo spagnolo REC?

A dire il vero no. Pur essendo un grande fan dei film di zombie e avendo apprezzato REC, non posso dire di essermi ispirato a nessuno di loro. Con Gerber Syndrome ho voluto prendere una direzione diversa, cioè cercare di mantenere alto il livello di realismo.


Personalmente ho apprezzato molto The Gerber Syndrome proprio perché emana un forte senso di realismo misto a una profonda angoscia… è un film che a fine visione lascia a disagio. Come ti sei avvicinato alla tematica per restituire questa sensazione di realismo?

Durante il periodo di documentazione, prima della scrittura della sceneggiatura, ho passato diverso tempo con dei consulenti scientifici che mi hanno dato le dritte per rendere questo film il più verosimile possibile. Ebbene, in quei giorni mi sono accorto che, come spesso accade, la realtà è decisamente peggiore della finzione. Esistono malattie, fortunatamente debellate o poco diffuse, con effetti che vanno ben al di là di quelli descritti nei film di zombie. Il morbo di Gerber non è altro che l’unione di sintomi ed effetti provocati da diverse malattie, come Meningite, Encefalite giapponese, Malaria o Sifilide. Chiaramente certe parti sono state romanzate, ma la maggior parte degli elementi che compongono la storia di The Gerber Syndrome sono reali, e per trovarne le fonti è sufficiente fare un giro su Wikipedia o sfogliare qualche giornale degli ultimi anni. Se si fa una piccola ricerca su Youtube e si cerca “nodding disease” si possono vedere delle immagini piuttosto disturbanti di un nuovo morbo chiamato appunto nodding, annuire, che colpisce soprattutto i bambini, trasformandoli in breve tempo in quello che potremmo chiamare zombie, e che si sta diffondendo in alcuni paesi africani come il Burkina Faso. L’indicazione che abbiamo dato alle persone che interpretavano gli infetti era di pensare ad un neonato, che percepisce quello che lo circonda e reagisce di conseguenza, pur non avendo gli strumenti necessari per comprenderlo. Se gli si urla contro, lui si metterà a piangere, esprimerà il suo disagio in quel modo. Ecco, con i nostri infetti abbiamo fatto lo stesso ragionamento; se il morbo colpisce il sistema nervoso centrale e “disattiva” la parte più evoluta del nostro cervello, rimane soltanto la parte più primordiale, proprio come in un neonato. Quindi i nostri infetti non erano aggressivi a priori, spinti dalla rabbia come in 28 Giorni Dopo, ma reagivano agli atteggiamenti provenienti dall’esterno che, spesso e volentieri, sono violenti.


Uno degli aspetti più originali di The Gerber Syndrome è il pedinamento del dipendente della CS. Credi che la soluzione di quarantena adottata nel film, con centri-acquario in cui rinchiudere gli infetti e lasciarli a se stessi, sarebbe l’unica soluzione se una situazione del genere si verificasse anche nella realtà?

Purtroppo penso di si. E la storia lo ha dimostrato più volte. Finchè non si trova una cura definitiva per un male infettivo, penso che l’unica soluzione sia contenere il male mettendo le persone infettive in quarantena. E’ successo con la lebbra, la peste, persino con l’AIDS in tempi più recenti. L’episodio relativo alle scelte prese dal governo Cubano durante l’epidemia di AIDS negli anni ’80, episodio che viene raccontato in The Gerber Syndrome, è assolutamente reale. Che si tratti di una scelta eticamente giusta o no, beh su questo preferisco non esprimermi.


Uno degli aspetti più terrificanti della Sindrome di Gerber è la bassa mortalità che porta al proliferare dell’infezione. Se questa cosa succedesse anche nella realtà, Maxì Dejoie denuncerebbe un caso di cui è a conoscenza alla CS oppure nasconderebbe l’infetto?

Ottima domanda. E’ qualcosa su cui mi sono interrogato più volte durante la realizzazione del film e ancora adesso non sono sicuro di avere una risposta concreta. Innanzitutto direi che pensarci a freddo è una cosa, farlo quando ci si trova davanti al problema è un’altra. Penso che se dovessi imbattermi in un infetto, qualcuno che non conosco o se fossi a conoscenza di una situazione in cui una persona infetta potrebbe fare del male o contagiare qualcun’altro, probabilmente lo denuncerei al CS. Se invece si trattasse di qualcuno vicino a me, un membro della mia famiglia per esempio, allora penso che la speranza di trovare una cura sarebbe molto forte. Ma il confine tra speranza è accanimento è molto sottile, e in un caso del genere bisognerebbe anche avere la lucidità di capire quando la speranza non c’è più ed è arrivato il momento di farsi da parte per lasciare che le cose facciano il loro corso.


Anche se il film non prende giustamente posizioni, si nota tra le righe una certa critica verso le istituzioni. Secondo te, i veri mostri sono gli infetti oppure coloro che cercano di contenere il contagio anche con metodi discutibili, come i vigilantes e coloro che millantano cure lobotomizzanti?

Gli infetti non sono mostri, sono solo persone malate. Per questo ho sempre preferito evitare il paragone con gli zombie e ho cercato di dare loro una certa umanità. Ovviamente a volte fanno paura, perché le malattie fanno paura e come dice un intervistato all’inizio del film “le persone portano le malattie”. Non sono mostri, sono persone. Esattamente come il personaggio di Luigi, che per campare deve andarli a raccattare come fossero cani randagi. Non ho mai voluto condannarlo, farlo passare per una brutta persona o un cattivo. E’ un ragazzo, come tanti, con i suoi pro e i suoi contro.
Io penso che i mostri, in Gerber Syndrome ma anche nella vita di tutti i giorni, ci siano, siano sempre intorno a noi, però non possiamo vederli. Il cancro è certamente un mostro, qualcosa che può coglierti in qualsiasi momento, per motivi spesso sconosciuti, e che se vuole può anche ucciderti. Il terrorismo è un mostro, lo dice il nome stesso, qualcosa che incute terrore. Magari i singoli terroristi, presi uno per volta, sono dei fanatici o dei disperati, con dei passati alle spalle a cui è meglio non pensarci neanche. Ma tutti insieme creano il terrore, e la gente è impaurita da questo, è senza dubbio qualcosa che influisce sulle loro vite. Le case farmaceutiche sono dei mostri, non i medici, i ricercatori o i contabili, perché anche loro presi uno per uno sono delle persone, come Luigi o come gli infetti, ma tutti insieme compongono una lobby, un organismo vivente, che può decidere della vita o della morte della gente, lucrare su concetti intoccabili come salute, benessere o felicità. Si moltiplicano, fanno i loro interessi, spesso sulla pelle degli altri. Proprio come fa un virus. Tuttavia, come ci insegna il film Monster & co, non tutti i mostri sono cattivi, alcuni fanno solo paura perché sono grossi e misteriosi, ma in fondo in fondo fanno del bene, anche se noi non lo sappiamo.

Autore: Roberto Giacomelli - Data: 23/04/2013 -
Contatto: redazione@horrormovie.it

Registrati al forum e commenta la news

NEWSLETTER 
Inserisci la tua e-mail per ricevere tutti gli aggiornamenti!

 

Nome

E-mail


Iscriviti
Cancellati

Tags the gerber syndrome, contagio, virus, morbo, dvd, videa, eagle pictures, maxì dejoie, roberto giacomelli, intervista