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I vincitori del gioco "Inventa un sequel horror delle più celebri fiabe"

Ed eccoci con i risultati del gioco che avevamo indetto in occasiona dell’uscita nei cinema italiani di “Hansel & Gretel: Cacciatori di streghe”.
Il film è nelle sale da quasi una settimana e ha fatto ottimi incassi (1 milione e 200 mila euro circa nel primo weekend di programmazione), ma noi su Horrormovie.it anche vi proponiamo delle fiabe in chiave horror, anzi dei sequel al sangue di celebri fiabe.
Tra le proposte ricevute abbiamo scelto le quattro che ci sono sembrate le più innovative e divertenti, quattro macabre declinazioni dell’immaginario favolistico: un Gatto con gli stivali in salsa western che deve vedersela per l’ultima volta con il suo acerrimo nemico; i musicanti di Brema completamente impazziti (di cui l’autore ci ha mandato anche un’illustrazione); una Biancaneve tormentata e in inedita chiave erotico/melò; un pifferaio di Hamelin “estremamente” vendicativo.
Buon lettura!

Il gatto con gli stivali 2: La collina degli stivali di Vincent
C'era una volta un gatto, dotato di due straordinarie qualità: parlava ed era longevissimo, perché aveva divorato un essere magico; inoltre era anche molto intelligente, ma questo è normale per un gatto.
Trovandosi in cattive acque, nell'anno di grazia 1870 decise di trasferirsi in America.
Dopo molti giorni di viaggio, per nave, treno e diligenza giunse infine alla sua destinazione: Tombstone. A causa del suo buffo aspetto (indossava stivali e bombetta, piuttosto strano per un felino) riuscì a stento a trovare alloggio; dovette accontentarsi di un buco sopra un'agenzia di onoranze funebri, la "Tirate le cuoia meglio SRL".
Dopo una settimana noiosa, ebbe finalmente una sorpresa, sotto la porta della sua camera trovò un biglietto: "Sono il figlio di colui che uccidesti a tradimento tanto tempo fa, esigo soddisfazione! Vediamoci domani poco prima di mezzogiorno (alle 11.45, mi raccomando la puntualità) nella piazza principale, vieni se non sei un codardo! Firmato Rat Garrett."
Dopo una notte tribolata si risolse ad accettare la sfida, anche se il coraggio non era una delle sue virtu'.
Indossò i celebri stivali muniti di speroni, si fece dare in prestito dal beccamorto una malandata Colt (il tizio era sicuro di riaverla!) e si recò all'appuntamento. Davanti a lui stava un topastro della peggiore specie, pantegana di fogna ed avanzo di galera.
Il farabutto era privo di un occhio ed aveva un uncino al posto della mano, pardon voglio dire della zampa sinistra. Disse in tono aspro: "Vediamo di sbrigarcela in poco tempo, che ho un appuntamento al saloon con la mia ragazza Chocolate!"
I due sfidanti si misero in posizione e si guardarono con sguardo torvo per circa un quarto d'ora. Suonò mezzogiorno e si udirono due spari lacerare il silenzio di Tombstone (da ben un'ora non c'era un duello!). Il roditore cadde riverso al suolo ed il gatto non mancò di gongolarsi della sorte del suo avversario. Quando però si avvicinò il vile estrasse dalla manica una Derringer e lo fulminò all'istante, raggiungendo subito dopo l'inferno delle bestiacce.
I due baffuti contendenti ormai non erano altro che una massa fumante di sangue e visceri; i corvi cominciarono a banchettare coi loro corpi, poichè nessuno aveva il coraggio di toccarli, neanche per fregargli gli stivali... Dopo che un corvaccio ebbe trasformato Rat da guercio in orbo totale, finalmente giunse l'impresario di pompe funebri che commentò: "Meglio così, simili scherzi della natura non dovrebbero mischiarsi agli esseri civili! Beh, vediamo se nelle tasche hanno almeno gli spiccioli per la sepoltura!".
Dopo un modesto funerale, al quale non c'era neanche un cane, le due salme vennero portate a Boot Hill e lì si trovano ancora.

Gli orrori di Brema di Fabio “alicecooper” Luchetti
L'asino, il cane, il gatto ed il gallo vivevano in quella casa ormai da un anno, dopo che avevano fatto scappare i ladri, spaventandoli a morte.
Per un po' erano stati visti come degli eroi, ma pian piano la gente aveva cominciato a guardarli con timore e diffidenza. Non uscivano mai da quella casa e qualcuno diceva che fossero impazziti. Nessuno si avvicinava mai a quel luogo tanto che ben presto si smise persino di percorrere la strada che portava lì. La gente aveva paura di incontrarli.
E in effetti il timore era giustificato... quegli animali erano effettivamente impazziti e si erano convinti di essere un'unica creatura, una sorta di grottesca chimera formata da quattro animali macilenti che stavano uno sopra l'altro emettendo versi assurdi tutti insieme. A volte assalivano quegli incauti passanti che si avventuravano nei pressi di quella magione diroccata... perché da quando c'erano loro la casa era andata ancora più allo sfacelo.
Un giorno, spinti dalla fame, decisero di andare in città e la gente vide arrivare questo animale formato da quattro bestie folli. L'asino ragliava, il cane ringhiava, il gatto soffiava ed il gallo strillava come se gli stessero tirando il collo.
Cominciarono a saltare addosso a chiunque si trovassero davanti cavando occhi, strappando viscere e calpestando passanti. Finché un fabbro enorme, calvo e munito di due folti baffoni si parò loro davanti con un archibugio. La quadruplice bestia gli si scagliò contro e l'uomo sparò contro la fiera che stramazzò a terra ragliando, guaendo e lamentandosi con voce di gatto e di gallo. La chimera rimase unita in un unico corpo e non fu più possibile separare le quattro parti che la componevano. Tanto che si decise di impagliare il mostro. Perché di questo si trattava, dato che nell'impeto il cane aveva affondato le zampe nel corpo dell'asino e lo stesso avevano fatto il gatto ed il gallo con l'animale sottostante, e tutti e quattro avevano un'espressione orribilmente contorta sul muso. I cittadini decisero di esporre la cosa nel bel mezzo della piazza centrale, al posto della statua di bronzo che già simboleggiava l'eroismo dei quattro animali. E ancora stanno laggiù gli “Orrori di Brema”!

C’era una volta Biancaneve di Alex Argentiano
Erano passati mesi, eppure Biancaneve era ancora tormentata da quell’infido tranello, che la Regina gli tese vigliaccamente. Da allora, la giovane ed innocente ragazza, aveva ottenuto tutto l’amore possibile dal suo amato Principe , ma nonostante questo, dentro di lei c’era qualcosa che la tormentava nel più profondo. Conviveva continuamente con la paura di addormentarsi e di non risvegliarsi più, e quelle poche volte che riusciva a prendere sonno aveva il solito e ricorrente incubo. Questo malessere purtroppo era condiviso anche dallo stesso Principe, che esausto, tentò in tutti i modi di spronare la sua dolce bella con le più amorevoli attenzioni possibili. Tutte queste premure però risultarono vane e fu così che il Principe pregò la sua bella Biancaneve di raccontargli minuziosamente l’incubo che ogni notte la tormentava. Biancaneve si sentiva però a disagio nel raccontare al suo amato Principe quest’incubo ricorrente e così decise drasticamente di non parlarne più. I giorni passavano e Biancaneve era sempre tormentata dal solito incubo. Il malessere era ampiamente condiviso dallo stesso Principe, che esausto, scelse di comune accordo con la bella Biancaneve di dormire in stanze separate. Questa presa di posizione optata da entrambi però incrinò notevolmente il rapporto fra i due. Erano praticamente diventati due sconosciuti che vivevano sotto lo stesso tetto. Biancaneve palesava nervosismo giorno dopo giorno, ed il Principe, vedendo la sua amata in quello stato, in cuor suo era molto triste e sconsolato. Pensieri vaporosi offuscarono la mente del giovane nobile. Forse lo stato psico-fisico della sua bella era diventato ostile per la lontananza dai suoi 7 piccoli amici. Forse farla vivere segregata in un castello tanto confortevole quanto soffocante, aveva indotto la sua amata ad essere solamente l’ombra di quella ragazza solare e dolce di un tempo. Il Principe era diventato talmente stressato che oramai saltava i pasti quotidianamente. Si doveva però trovare una soluzione, perché continuare a vivere un rapporto di coppia così distante era diventato un vero e proprio sortilegio ( <> pensò sarcasticamente ). Il giorno seguente il Principe si recò mestamente nella stanza di Biancaneve. In un primo momento non riuscì a vederla, aguzzando poi lo sguardo verso il bagno, ammirò la sua bella mentre si apprestava ad entrare nella larga vasca. Biancaneve, quasi con leggiadria, invitò il suo Principe ad unirsi con lei in quella vasca diventata una nuvola di vapore acqueo. Dopo giorni di distacco, i due si persero in un lungo abbraccio, per poi baciarsi appassionatamente. Il tutto sfociò in un vero e proprio rapporto sessuale, tanto sentito quanto aspettato. Biancaneve però, mentre subiva l’ardore del suo amato, vide davanti a se la tetra figura della Regina che la fissava con occhi vitrei. Presa dal panico, Biancaneve, incominciò ad agitarsi e a cambiare improvvisamente sguardo. Guardò con fare minaccioso il suo amato Principe, che incurante di tutto, continuava con l’amplesso. Fu così che Biancaneve allungò le sue due braccia attorno al collo del Principe. Approfittando del momento, Biancaneve fece poi leva con il suo corpo, sovrastando fisicamente il Principe. Lui ancora incurante del tutto, non sapeva del cambio d’umore che la sua dolce amata aveva avuto in quel momento. Biancaneve incominciò ad affossarlo sempre di più col peso del suo corpo fino a farlo andare in apnea. Il Principe incominciò a dimenarsi sotto il sensuale corpo bagnato della bella Biancaneve per la mancanza d’aria. La bella ma letale ragazza continuò a tenerlo sotto, e mentre lo faceva davanti a lei c’era ancora la tetra figura della Regina che la guardava fissa. Oramai il Principe, privo di forze, non riusciva più a contrastare fisicamente la sua bella. Era morto. Biancaneve usci dalla vasca. All’interno il corpo galleggiante del Principe privo di vita. La letale ragazza incominciò ad asciugarsi lentamente. Si avvicinò verso lo specchio, guardò fissa dentro ad esso e con voce roca <>. Il riflesso all’interno dello specchio era quello della Regina.

Il pifferaio di Hamelin: Parte II di Deathcross
Il pifferaio se ne stava seduto in quella grotta ormai da tre ore, circondato da centinaia di bambine e bambini di Hamelin. Questo rapimento di massa era la risposta alla violazione dei patti da parte della città. Non che il pifferaio fosse particolarmente arrabbiato per il mancato pagamento; ciò che lo aveva spinto a compiere quell’atto era stato un particolare senso di giustizia: Hamelin aveva infranto un patto, e quindi doveva pagare. Ma come? Questo era il problema. Restò ancora un po’ a pensare, e finalmente, guardando il soffitto, vide la luce, e con essa arrivò l’ispirazione.
L’indomani mattina gli abitanti di Hamelin ricevettero una lettera in cui il pifferaio si dichiarava profondamente spiaciuto per la propria ignobile azione e, per sdebitarsi, invitava la cittadinanza a cenare con lui, promettendo la restituzione dei proprio bambini.
Così gli abitanti giunsero alla grotta del pifferaio, il quale li accolse con caloroso affetto e li fece accomodare ad un’immensa tavola imbandita. Poco dopo, arrivarono le pietanze, che furono accolte con estremo gradimento da parte degli invitati. Quando il pasto stava volgendo al termine, una madre chiese dove fossero i loro figli. La risposta del pifferaio fu secca: «Ve li ho già consegnati!» Il musicante si diresse dunque verso un angolo coperto da un enorme telo e lo scoprì. Lo scenario che si presentò colpì gli invitati come un pugno ferrato nello stomaco: infatti essi videro i corpi smembrati e macellati dei loro figli. E fu allora che compresero l’atroce significato delle parole del pifferaio, e con orrore e dolore i padri e le madri di Hamelin tornarono a guardare i piatti, ed esplose il delirio: chi vomitava, chi urlava, chi piangeva nel piatto invocando il nome della propria creatura.
Intanto il pifferaio era scomparso: i concittadini, allora, mutarono la sofferenza e lo sbigottimento in rabbia, e si precipitarono verso l’uscita, pronti a farla pagare a quel mostro infernale. Ma quando giunsero all’ingresso, lo trovarono chiuso. Erano ancora dominati dalla furia quando giunse un coro di squittii. Gli abitanti si voltarono e videro un esercito di migliaia e migliaia di ratti precipitarsi verso di loro. La rabbia si mutò in terrore, e gli abitanti di Hamelin iniziarono a strillare e a spingersi l’un l’altro, nel vano tentativo di salvarsi. Subito dopo essi furono letteralmente sommersi dalla famelica orda dei ratti, e in poco tempo di quella che era stata la popolazione di Hamelin non rimase altro che un ammasso di ossa spolpate, tendini strappati, occhi maciullati, il tutto immerso in un’immensa pozza di sangue.
Fuori, il pifferaio ascoltava il suono del fiume, seduto su di un sasso. La sua punizione, terribile e implacabile, era calata sulla misera città, la sua missione era conclusa. Si alzò, spezzò il flauto e lo gettò nelle acque. Dopodiché, se ne andò.

Autore: La Redazione - Data: 07/05/2013 -
Contatto: redazione@horrormovie.it

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