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Solo Dio Perdona: Intervista al regista Nicholas Winding Refn

Nicholas Winding RefnINCONTRO CON NICHOLAS WINDING REFN:
SOLO DIO PERDONA
A cura di Roberto Giacomelli


Roma, 27 Maggio 2013.
Dopo essere stato al Festival di Cannes 2013, dove ha presentato in concorso il suo ultimo film “Solo Dio Perdona”, Nicholas Winding Refn è approdato a Roma per promuovere la sua ultima fatica, che sarà nelle sale italiane il 30 maggio distribuito da 01 Distribution.

Danese, attivo nel mondo del cinema dagli anni ’90 quando ha diretto il suo primo successo “Pusher” (1996), che ha dato vita a una vera e propria trilogia conclusasi nel 2005, Refn sta pian piano guadagnando molta attenzione nel mondo del cinema d’autore con un largo consenso sia da parte della critica che dal pubblico. Con il suo penultimo film “Drive” Refn si è aggiudicato il premio per la miglior regia e il film è riuscito ad incassare la bellezza di oltre 76 milioni di dollari in tutto il mondo, sancendo anche un sodalizio con l’attore Ryan Gosling che infatti torna protagonista in “Solo Dio Perdona”.
Una carriera scandita da cult, quella di Refn, che comprende il controverso “Bronson” (2008), il riflessivo “Valhalla Rising – Regno di sangue” (2009) e la già citata trilogia di “Pusher”, oltre ad altri titoli meno noti come “Bleeder” (1999) e “Fear X” (2003). “Solo Dio Perdona” conferma la tendenza di questo autore a far parlare di se, a non lasciare indifferente lo spettatore, dal momento che è stato al centro di critiche molto contrastanti sulla croisette: chi ha salutato il suo ultimo film come un capolavoro (la critica web lo ha eletto vincitore morale del Festival di Cannes) e chi l’ha bollato come pretenzioso b-movie dedito alla violenza gratuita. Ma è lo stesso Refn a raccontarci qualche cosa del suo film e della sua personalità nell’intervista che ha rilasciato alla stampa internet nella cornice romana, a due passi da Piazza Cavour. Quello che segue è proprio il resoconto di questo appassionante incontro che ci svela anche l’intenzione di questo regista di dirigere prossimamente un film horror.

Se volete leggere la recensione del film “Solo Dio Perdona” cliccate qui


In “Solo Dio Perdona” possiamo notare molti richiami al cinema action per così dire di serie b, ma ci sono anche una moltitudine di rimandi a tanto cinema di genere, a cominciare proprio dal titolo che riporta alla mente un western italiano. È voluto questo citazionismo?
Amo il cinema di genere e il cinema italiano mi piace molto, in particolare lo spaghetti western ma io non sono italiano e non faccio spaghetti western girati in Spagna, come accadeva in passato; piuttosto avevo la possibilità di andare a girare a Bangkok e per questo la citazione è rimasta nel solo titolo che infatti richiama “Dio perdona, io no”. Quello che ho sempre gradito degli spaghetti western è che sono più estremi, più coraggiosi dei western americani e inoltre hanno un sotto testo psicologico più marcato. Posso comunque dire tranquillamente che “Solo Dio Perdona” è un film molto più italiano di quanto possa essere americano.

Solo dio perdonaIn occasione dell’uscita di “Solo Dio Perdona” ha dichiarato che la sua aspirazione era di fare film che parlano di donne e invece finisce sempre per raccontare vicende che parlano di uomini violenti. Perché questa scelta che contrasta con gli intenti?
Non mi piace fare quello che fanno gli uomini, non amo lo sport, la birra e il poker… al contrario amo le donne, mi piace tutto di loro, quello che fanno. Però pensandoci bene non lo so perché alla fine ho fatto film sugli uomini e sulla violenza, probabilmente proprio perché sono un uomo! Però in “Solo Dio Perdona” c’è anche un personaggio femminile importante, quello della madre, interpretata da Kristin Scott Thomas, ecco, mi è piaciuto moltissimo il suo personaggio.

Prima lei si riferiva allo spaghetti western, ma in “Solo Dio Perdona” si può senz’altro notare una grande influenza da parte del cinema orientale tipo Kitano e, in fin dei conti, lo stesso spaghetti western nasce dalla rielaborazione di un film di Kurosawa.
Mi piacciono tutti i registi e tutti i film ma non chiedetemi i titoli perché conosco a memoria intere opere senza ricordarne i titoli. Noi siamo figli di quello con cui siamo cresciuti e il cinema asiatico mi piace tutto, da Ozu a Kitano, passando per Kurosawa, proprio perché sono film con cui sono cresciuto. Quello asiatico è un cinema alieno, è come viaggiare nello spazio e quindi mi affascina. Mi piacciono molto anche i registi moderni e un film che ho apprezzato molto è “Le lacrime della tigre nera” un western thailandese molto bello.

Quanta libertà creativa le è stata data dopo il successo internazionale di “Drive”?
Sono stato fortunato perché ho sempre avuto grande libertà creativa. Ho rinunciato a importanti accordi con grandi case di produzione proprio perché la mia libertà creativa ne sarebbe uscita compromessa, anche se i soldi sarebbero invece stati molti di più di quelli che ho mai avuto per i miei film. Con “Solo Dio Perdona”, per esempio, sono stato molto libero. In fin dei conti, la libertà creativa te la guadagni. Ci sono molte persone pronte a portartela via, quindi fare un film, sotto questo punto di vista, è come scendere in guerra.

In coda a “Solo Dio Perdona” c’è una dedica al regista Alejandro Jodorowsky. Che rapporto ha lei con questo singolare artista?
Penso che Jodorowsky sia uno dei registi che in generale ha avuto più influenza sul cinema odierno, come Kenneth Anger, per esempio, però senza che le persone lo sappiano. Non gli viene riconosciuto questo merito! Per quanto riguarda me, ho conosciuto artisticamente Jodorowsky negli anni ’90, quando circolavano i VHS dei suoi film… ma erano rarissimi, delle vere leggende! E io, da collezionista, ne andavo a caccia. Ma questo aspetto di rarità era una cosa che mi piaceva perché, malgrado non fossero film troppo vecchi, erano difficili da trovare ovunque, il che voleva dire che Jodorowsky andava contro le regole, faceva film diversi che non tutti avevano il coraggio di diffondere. Dopo tanta fatica sono riuscito a vedere “El Topo” grazie a un amico americano e “La montagna sacra” solo grazie al laser disc giapponese e ho capito che era proprio quello il cinema che mi piaceva, che avrei voluto fare, un tipo di cinema che io definirei punk-rock.
“Solo Dio Perdona” ha una struttura anomala, secondo me molto in linea con il cinema di Jodorowsky, è come entrare nella mente di una persona e vedere quello che lui vede, è come un enigma che cresce di continuo.
Negli ultimi due anni ho incontrato di persona Jodorowsky più volte e siamo diventati amici e questa dedica è un modo per ringraziarlo di tutto.

Solo dio perdonaTra i protagonisti di “Solo Dio Perdona” c’è Kristin Scott Thomas. Come ha scelto questa attrice e come è stato lavorare con lei?
Avevo sentito dire che lei voleva lavorare con me e aveva anche letto la sceneggiatura di “Solo Dio Perdona”. Io non potevo permettermi un’attrice famosa come lei perché il budget a disposizione era piuttosto modesto ed ero alla ricerca di un’attrice sconosciuta per il ruolo di Crystal, però quando sono venuto a sapere della disponibilità di Kristin, ne ho subito approfittato, ho preso un appuntamento con lei e ci siamo incontrati a Parigi. La conoscevo per ruoli classici, di aristocratica, ma durante la cena ho capito che non avrebbe avuto problemi a fare la parte della “strega stronza”. Lei è molto sexy e visto che il film parla del rapporto tra madre e figlio il suo personaggio è molto stratificato. Inoltre a lei non piacciono affatto i film violenti, è una abituata a leggere Oscar Wilde, però ha accettato questo ruolo anche per poter fare qualche cosa di diverso; è partita con la convinzione che doveva trasformarsi completamente e mi ha inviato una sua foto in cui portava i capelli lunghi e biondi, mi ha ricordato Donatella Versace, così abbiamo deciso di lavorare proprio su quell’immagine.

In “Solo Dio Perdona” c’è l’immagine ricorrente delle mani del protagonista: mani che vengono amputate, che penetrano la carne, che si preparano a combattere. Cosa ha voluto dire con queste immagini?
La prima idea che ho avuto per il film è l’immagine di qualcuno che fissa le proprie mani, non sapevo cosa potesse significare, però mi piaceva. Poi mi sono reso conto che le mani rappresentano la violenza, sono proprio il simbolo della violenza intrinseca nel maschio. Se privi un uomo delle mani lo rendi inoffensivo, lo privi dell’istinto di violenza. Inoltre vedo un parallelismo tra le mani di un uomo e il suo organo sessuale, entrambe possono portare all’eccitazione e amputare le mani è un po’ come castrare un uomo. In questo senso è emblematica una scena del film che sancisce il rapporto tra Julian e sua madre: ogni uomo, che dir si voglia, dentro di se prova il desiderio o la curiosità di tornare per un momento nel grembo materno ed è proprio quello che ad un certo punto Julian fa. L’intero film è incentrato sulle “mani maledette” di Julian!

Solo dio perdonaQuesto film, così come altri tuoi lavori come “Valhalla Rising”, parlano di violenza in modo lirico e la esplorano come linguaggio universale attraverso i vari continenti, in diverse parti del mondo. Questo mi ha fatto pensare ai documentari shock di Gualtiero Jacopetti che in precedenza ha dichiarato di apprezzare. Allo stesso modo ho visto in “Solo Dio Perdona” un aspetto sensoriale molto marcato che mi ha ricordato il cinema di Gaspar Noé e in particolare “Enter the Void” e poi ho notato che Noé è tra i ringraziamenti del tuo film. C’è una connessione tra il suo film e questi due registi?
Mi piace moltissimo il cinema di Jacopetti e sono consapevole che i suoi film siano molto controversi e discussi, ma sono un suo fan e colleziono le sue opere. In un certo senso Jacopetti è simile a Jodorowsky! Sono amico di Gaspar Noé, parliamo spesso di cinema e mi piace il suo stile. Mentre giravo “Solo Dio Perdona” è venuto a Bangkok a trovarmi sul set, ecco perché è tra i ringraziamenti.

A Cannes il tuo ultimo film ha avuto un’accoglienza molto contrastata, ricevendo anche molte critiche. Come ti sei trovato quest’anno al Festival?
È stato fantastico Cannes e quando ho assistito alle reazioni del pubblico, spesso molto violente, tra amore e odio profondo, per la prima volta ho capito che avevo fatto la cosa giusta. Il cinema, quello che fa soldi, spesso è un’esperienza passiva che vuole essere tale: più sei passivo al film, più ne vedi e più ne vedi, più l’industria cinematografica fa soldi. Io sono contrario a questo e preferisco che lo spettatore sia attivo, partecipativo, anche se arriva ad odiare il mio film… perché se l’ha odiato vuol dire che non è rimasto indifferente, in qualche modo è stato colpito e questa sensazione non lo lascerà velocemente.

Quale sarà il suo prossimo film?
Per il momento sto lavorando a una serie tv di fantascienza, “Barbarella”, ma ho due sogni nel cassetto che voglio realizzare al più presto, voglio dirigere una commedia e un film horror, anche perché sono un grande fan del cinema horror!

Autore: Roberto Giacomelli - Data: 28/05/2013 -
Contatto: redazione@horrormovie.it

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