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Intervista a Jonathan Zarantonello, regista di "The Butterfly Room"

INTERVISTA A JONATHAN ZARANTONELLO
A cura di Roberto Giacomelli

In occasione dell’uscita nei cinema italiani di “The Butterfly Room – La stanza delle farfalle”, abbiamo intervistato il regista e sceneggiatore Jonathan Zarantonello.
Con una carriera iniziata nell’ormai lontano 2000 con il film “Medley – Brandelli di scuola”, un delirante ritratto splatter dell’Istruzione italiana che negli Stati Uniti è stato distribuito in dvd dalla casa del Vendicatore Tossico, la Troma, Zarantonello ha continuato la sua carriera nel lungometraggio con “Uncut” nel 2003, un film che parla di un pene, quello dell’ex divo dell’hard Franco Trentalance. Ora, con “The Butterfly Room”, il regista si confronta con quella che ad oggi è senz’altro la sua opera più ambiziosa, uno psycho-thriller che ha per protagonista una rediviva Barbara Steele, circondata da tutta una serie di icone dell’horror, soprattutto femminili, da Heather Langenkamp di “Nightmare” a Camille Keaton di “Non violentate Jennifer”.
Di seguito l’intervista a Jonathan Zarantonello, se invece volete leggere la recensione di “The Butterfly Room – La stanza delle farfalle” basta che cliccate qui.


The Butterfly Room nasce da un tuo racconto, Alice dalle 4 alle 5, già trasformato nel 1999 in film con un cortometraggio. Puoi dirmi da cosa hai preso spunto per questa storia?
Dalla ricerca di una “zona oscura” in personaggi che tradizionalmente sono ritenuti positivi, come gli anziani e soprattutto i bambini e la relazione morbosa che si può instaurare fra di loro.

The butterfly roomCome è avvenuto il processo di passaggio dalla carta al cortometraggio e dal corto al lungometraggio?
È stato un processo di amplificazione dapprima per la creazione di immagini da un testo, che sono solitamente più potenti ed implicano il coinvolgimento di molte persone, rispetto alla semplice scrittura. Poi l’amplificazione dal cortometraggio al lungo, che implica ancora più persone che lavorano attorno ad un’idea, che è una sensazione fantastica.
Il lungometraggio ha permesso di esplorare in modo più approfondito i caratteri dei personaggi e soprattutto le ragioni che possono portare dei personaggi femminili a commettere atti di violenza.

Nel film è centrale il rapporto tra madre e figlia, che si riflette continuamente tra Ann e Alice, tra Alice e Monika, tra Ann e Dorothy e tra Julie e Claudia. Il cinema horror ci ha abituato a personaggi di madri terribili e madri protettive, tu in che modo hai deciso di muoverti in questa direzione con i tuoi personaggi?
La direzione è stata quella di madri al contempo terribili e protettive, per far emergere le contraddizioni di un rapporto così viscerale. Per aggiungere poi ancora più conflitto e turbare ancora di più lo spettatore, una delle due bambine, Alice, è forse il personaggio più perverso: ridisegnare i confini tra bene e male all’interno di un’istituzione come la famiglia è quanto di più intrigante possa fare l’horror!

Per la delineazione del personaggio di Ann io ho visto qualche riferimento ad alcuni personaggi da thriller interpretati da Joan Crawford. È stata solo una mia sensazione oppure il collegamento c’è realmente?
Abbiamo cercato di non subire troppo l’influenza di grandi cattive del passato, come Joan Crawford o Bette Davis, anche se il genere del “Grande Dame Guignol” ha avuto una forte influenza nel film.

The butterfly roomThe Butterfly Room è stato annunciato come “horror femminista” oppure “horror mestruale” e io ritengo che l’horror sia un genere fortemente ancorato al mondo femminile. In che modo ti sei approcciato all’argomento?
L’horror per essere efficace deve riflettere le paure e i cambiamenti contemporanei e la figura femminile è stata sottoposta al maggior numero di “mutazioni” negli ultimi anni, dal punto di vista fisico, sociale e famigliare. Credo che l’evoluzione dell’horror sia nella femminilità, perché una donna libera è una creatura che fa ancora paura nella nostra società.

The Butterfly Room è stato girato negli Stati Uniti con un cast ricco di nomi internazionali. Che differenze ci sono tra il modo di fare film (non solo di genere) in Italia e negli Stati Uniti?
Negli Stati Uniti si gira 12 ore al giorno, tutti ci mettono passione, perché hanno rispetto per le idee. Non si sa mai quale sorte possa capitare a qualsiasi progetto, per questo tutti cercano di dare il massimo e i talenti migliori di tutto il mondo convogliano negli USA dove il cinema è un’industria vera. Tutti quanti leggono le sceneggiature, dalla truccatrice, fino addirittura ai produttori. In Italia no.

Il piatto forte di The Butterfly Room è il cast di nomi noti al genere horror: Camille Keaton, Heather Lagenkamp, Erica Leerhsen, RayWise, Adrienne King, P.J. Soles e ovviamente Barbara Steele. Come è stato lavorare con tutti loro e in che modo sei entrato in contatto con questi professionisti?
Ho partecipato alle convention horror, da fan del genere quale sono e li ho avvicinati con un progetto che era diverso dalle proposte che ricevono solitamente. Vederli nel monitor sul set e poter dire “azione” e “stop” è stato come dirigere uno dei film che vedevo da piccolo e che mi hanno fatto innamorare del genere. È stato un enorme privilegio.

Autore: Roberto Giacomelli - Data: 08/06/2013 -
Contatto: redazione@horrormovie.it

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Tags jonathan zarantonello, the butterfly room, la stanza delle farfalle, barbara steele, heather lagenkamp, camille keaton, intervista, medley,uncut, franco trentalance, roberto giacomelli