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"Il cinema di Uwe Boll", una recensione al libro di Edoardo Favaron

Lo hanno detto di Ed Wood, ribadito con David DeCoteau e riproposto con Uwe Boll. L’appellativo di “peggior regista del mondo” di tanto in tanto viene rispolverato e attribuito all’ “artigiano” di turno, possibilmente molto prolifico a livello lavorativo e dedito al cinema di genere.
Con buona pace dei detrattori, il fù Ed Wood è ormai passato alla storia vedendosi giustamente sostituire l’etichetta di “regista peggiore” con quella di “regista cult” anche da certa critica che conta; DeCoteau ancora non c’è riuscito e probabilmente non vedrà questa rivalutazione tanto presto, vista la “particolarità” di gran parte dei suoi lavori; Uwe Boll può dirsi già salvo.
Il regista di “House of the Dead”, infatti, si è riuscito a creare un’aura di culto attorno alla propria immagine tanto da vantare una nutrita schiera di fan che lo seguono e supportano in ogni suo lavoro. Boll, infatti, ha personalità ed è riuscito a crearsi un personaggio che sfida apertamente a boxe i suoi detrattori e imbastisce una personalissima poetica della violenza che ha colpito i favori di certo pubblico, soprattutto se appassionato di cinema horror o estremo. Poco conta, alla fine, se i numerosi suoi film tratti da celebri videogames tradiscono in tutto l’opera d’origine mostrandosi veri e propri specchietti per le allodole. Si può soprassedere anche sull’oggettiva bruttezza di alcuni suoi lavori, perché ormai il mito precede la persona e alcune opere, oltre a guadagnarsi l’etichetta di “it’s so bad it’s good”, hanno la forza e la sfrontatezza per farsi ricordare e colpire, magari prima allo stomaco che al cuore.

Non è un caso, dunque, che nascano opere come il saggio di cui stiamo per parlare, che affrontano con cognizione di causa un fenomeno che incuriosisce, sul quale è giusto e riflettere per capirne pro e contro. Quello che fa Edorado Favaron nel saggio edito da UniversItalia per la collana Horror Project “Lo chiamavano il regista peggiore del mondo. Il cinema di Uwe Boll” è proprio questo: analizzare l’opera omnia di quello che qualcuno ha definito il peggior regista in circolazione e trarne considerazioni che vanno sulle tematiche, gli stili e le tecniche utilizzate dal regista tedesco.
Malgrado il titolo del libro, Favaron non affronta mai con piglio ironico o denigratorio l’opera del regista, piuttosto tratta con massima serietà, rispetto e completezza di argomentazioni ogni suo film, dai più piccoli di inizio carriera ai più blasonati e conosciuti, riuscendo in ogni occasione a trovare una linea comune che lega tutti i lavori di Boll.
Il saggio comprende dieci capitoli che ordinano funzionalmente l’operato del regista in macro temi. Giustamente il capitolo d’apertura è dedicato ai primi passi di Boll nel mondo del cinema, descrivendo i lavori low-budget diretti in Germania negli anni ’90 e primissimi del 2000, fino al suo sbarco a Hollywood con la direzione dei cinecomics per i quali oggi è maggiormente noto. Il secondo capitolo è dedicato proprio ad alcuni dei suoi videgame-movie più celebri: “House of the Dead”, “Alone in the Dark” e “Far Cry”. Il terzo capitolo continua lo stesso discorso sull’ibridazione tra cinema (horror) e videogioco, isolando però la trilogia di “BloodRayne”. Continua pertinentemente, chiudendo il discorso, il quarto capitolo, che tratta un ulteriore passo di Boll nell’universo videoludico con “In the Name of the King”, il suo film più costoso e legato all’universo fanatsy che aveva in parte toccato proprio con il primo BloodRayne.
A questo punto Favaron tocca la seconda macro-area del “sistema Boll”, ovvero l’estetica della violenza, che occupa l’intero quinto capitolo con l’analisi di tre suoi film estremi: “Seed”, “Darfur” e “Stoic”. Ma sulla stessa linea è anche il capitolo successivo, che tratta esclusivamente il lungometraggio “Rampage”, ovvero un giorno di ordinaria follia per un ragazzo americano. Il discorso sulla violenza prosegue e trova un epilogo ideale nei tre film di Boll che appartengono al genere bellico/storico, ovvero “Vietnam Rats”, “Max Schmeling” e il mediometraggio documetaristico “Auschwitz”, in cui realtà e fiction si confondono per dare una visione autoriale della Storia tedesca (e non) e del concetto di violenza.
I due capitoli successivi sono dedicati al Boll più commerciale, come quello del film tv catastrofico “Final Storm” e delle commedie d’azione “Postal” (ancora tratto da un videogame!) e la parodia “Bubblerella”, girata back-to-back con il terzo BloodRayne.
Il saggio si conclude con un capitolo dedicato alla Boll KG, ovvero la casa di produzione e distribuzione del regista tedesco, con una rapida panoramica sull’ampio parco di film che negli ultimi hanno goduto del nome di Boll per avere visibilità in tutto il mondo, una sorta di marchio di garanzia che riguarda sequel dei film del regista teutonico e produzioni indipendenti da tutto il mondo (tra cui anche l’Italia con i lavori del duo Boni/Ristori).
Ma fiore all’occhiello di questo esauriente saggio è l’intervista esclusiva che Favaron ha fatto a Boll, una lunga chiacchierata che conclude il volume e che fa emergere tutta l’energia di un regista voglioso di far cinema e coerente con le proprie intenzioni.

“Lo chiamavano il regista peggiore del mondo. Il cinema di Uwe Boll” è dunque un bel saggio che unisce alla completezza – che purtroppo è relativa, parlando di un artista ancora attivo nel suo lavoro – anche una percepibile passione e competenza nella trattazione dell’argomento. Una lettura snella, veloce e allo stesso tempo esauriente per un argomento che ancora non era stato trattato dalle pubblicazioni di casa nostra. Sicuramente molto consigliato ai “seguaci” di Boll e a chiunque voglia conoscere l’opera di questo singolare regista di adorabili film “brutti”.

Lo chiamavano il regista peggiore del mondo. Il cinema di Uwe Boll
Autore: Edoardo Favaron
Label: UniversItalia
Collana: Horror Project
Pagine: 130
Lingua: Italiano
Prezzo: 14.00

Autore: Roberto Giacomelli - Data: 22/07/2013 -
Contatto: redazione@horrormovie.it

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