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Intervista ad Antonio Micciulli, regista di Tempo di reazione

Tempo di reazioneLa nebbia dei dissapori.
Intervista ad Antonio Micciulli, regista di Tempo di reazione

A cura di Roberto Giacomelli

Attenzione. Nell’intervista sono presenti anticipazioni sulla trama e sul finale del film.

R.G. Cominciamo con una domanda di rito. Chi è Antonio Micciulli e come ha cominciato a fare cinema?
A.M. Mi sono avvicinato al mondo del cinema facendo il giornalista. Per alcuni anni ho lavorato per la carta stampata, poi in televisione e in radio, andavo in onda con un programma che si chiamava Babylon su Radio Italia Network e parlava di cinema. Facevo il giornalista con passione, ma anche per avvicinarmi al mondo del cinema. Devo dire che non è stata una grandissima idea, perché quando stai dall’altra parte vedi le cose in maniera completamente diversa. Sembra tutto molto lineare, del tipo io scrivo la mia sceneggiatura, idea originale, la porto dal produttore e lui decide se fare il film… In realtà non è così semplice, purtroppo non funziona in questo modo, in particolare in Italia. Alla fine ho preso i soldi della radio e li ho messi in un cortometraggio, che è stato il mio primo lavoro, tra l’altro è tra gli extra del dvd di “Tempo di reazione”. Il corto si chiama “Piccolo manuale di strategia e tattica militare”, non è di genere horror, ma è un piccolo film divertente e poetico, il gioco di tre bambini. Anche stilisticamente è molto diverso dal film.

R.G. Se non sbaglio “Piccolo manuale di strategia e tattica militare” ha partecipato con successo a qualche festival, giusto?
A.M. Si, è andato molto in giro e mi ha permesso di iniziare. Siamo partiti dal Torino Film Festival. Quando mi hanno scritto pensavo che fosse uno scherzo, perché io ho provato a mandare il corto ma senza sperarci troppo e quando mi hanno mandato la comunicazione “ti abbiamo selezionato” era di venerdì e io non potevo neanche richiamarli! Allora ho pensato che fosse qualcuno che voleva Tempo di reazionedivertirsi, che voleva farmi uno scherzo. Invece poi ci hanno presi per davvero. Abbiamo fatto più di quaranta festival in Italia col corto, vincendo diversi premi e questo mi ha portato ad altre cose, lavori di scrittura soprattutto. Sono andato avanti per un po’ con diversi progetti, sceneggiature e regie; poi un po’ di cose che non sono partite, tra cui una serie televisiva, mi ha portato a fare “Tempo di reazione”.

R.G. Per quanto tempo hai lavorato a “Tempo di reazione”?
A.M. Sei anni. Da quando abbiamo veramente iniziato sei anni. Come ti dicevo stavo lavorando a una serie televisiva, una serie antologica sul modello di “Ai confini della realtà”. Naturalmente i dirigenti a cui l’abbiamo proposto ci hanno riso in faccia, hanno detto che era impensabile nella televisione italiana e proprio da quel progetto è partita l’idea di fare “Tempo di reazione”.
Dopo il corto mi hanno offerto molte cose simili al corto stesso, commedie che scimmiottavano quelle di Virzì o D’Alatri. Io dicevo sempre ‘Perché non facciamo qualche cosa di diverso da quello che già c’è?’ Trovo che in Italia ci sia la possibilità di farlo, manca la volontà, dall’alto soprattutto. Ero decisamente sfiduciato, poi ho letto sulla rivista Ciak che i Manetti stavano preparando “Piano 17” con 70 mila euro. Ho pensato che fosse davvero poco. Conoscevo un’attrice che stava lavorando con loro, Elisabetta Rocchetti, e le ho chiesto come avevano fatto. A quel punto ho detto vabbè, proviamo anche noi a fare una cosa simile. Ovviamente non siamo arrivati neanche per sbaglio a quella cifra! Nel frattempo ho continuato a fare lavori per mettere da parte soldi, sempre pensando al racconto di Alessandro Fabbri (“Il re degli immuni” ndr), che doveva essere in origine uno degli episodi di questa serie. All’epoca l’episodio si chiamava “Grigio cielo”. Ho scritto un soggettino dal racconto e l’ho portato da Alessandro, convinto che mi mandasse a quel paese perché avevo cambiato quasi tutto. Secondo me quella storia lì poteva essere raccontata con poco, perché sapevo che noi avremmo avuto poco, e allora ho eliminato un po’ di cose. Una delle cose che ad esempio per me non quadra nel cinema indipendente è voler fare “Guerre Stellari” senza avere i soldi, penso che sia proprio sbagliato come punto di partenza. Io ho trovato una storia, tutta chiusa in un ambiente, con pochi attori e ho pensato ‘questa si può realizzare’. Abbiamo cercato di far fruttare quei pochi soldi racimolati, abbiamo messo su una troupe e abbiamo cominciato. Purtroppo il primo giorno di lavorazione c’è stato l’abbandono da parte dei due direttori della fotografia di Milano, che si erano portati i loro elettricisti e operatori. Ritenevano che il film non si potesse assolutamente fare e se ne sono andati, portandosi via quasi tutto il nostro budget e la troupe. Nonostante questo non mi sono arreso e ho detto ‘il film lo facciamo lo stesso’ e ho convinto le poche persone rimaste a proseguire. Non avevamo davvero niente e per fare un film così devi essere davvero determinato. Se stai a preoccuparti che gli oggetti di scena devono essere intonati con il colore dei vestiti, nel cinema indipendente non puoi lavorare. Il problema dei soldi non è solo quello di avere un’immagine migliore o lavorare con attori molto famosi, il punto è che ad esempio ti puoi permettere di rifare le scene, noi non ne avevamo il tempo. Abbiamo girato il film nell’Agosto 2007. Poi tutto questo tempo è passato perché non avevamo più soldi e per la postproduzione abbiamo dovuto trovarne altri. Ma la determinazione ha permesso comunque di ultimarlo e la distribuzione lo ha ritenuto interessante.

R.G. Quanti giorni di riprese sono serviti per completare il film?
A.M. Diciannove giorni, considerando che a volte abbiamo lavorato mezze giornate perché gli attori non potevano. E infatti non abbiamo tanto materiale ulteriore, più o meno c’è quello che si vede nel film, perché davvero non c’era il tempo per rifarlo. Questo magari ti impedisce di realizzare un curatissimo lavoro sul dettaglio, ma il film lo fai lo stesso perché, come ti dicevo prima, un film come “Tempo di reazione” o lo fai così o non lo fai. La sceneggiatura non l’ho neanche portata in giro perché sapevo che i produttori mi avrebbero detto di no, è un film complicato. L’ho fatta Tempo di reazioneleggere un po’ in giro a diverse persone che si occupano di queste cose qui e mi sono sentito dire cose come il cattivo deve morire, perché far morire il cattivo è la prima regola, oppure che dovevo rendere più amorevole il padre… ma non hai capito il film se mi dici queste cose! Non è che per forza devo mettere personaggi positivi altrimenti poi la gente non si identifica! Nel mio film non ci sono personaggi positivi, sono tutti negativi in modo diverso. Non sono mai riuscito a scrivere i cattivi totalmente cattivi perché il cattivo-cattivo secondo me non esiste, è una sciocchezza da cinema americano nel senso deteriore del termine. Anche il personaggio di Samantha, per esempio, ha un’idea sbagliatissima, malata, deviata anche da quella situazione lì, ma non agisce per malvagità. Si trova in un mondo in cui può fare quello che vuole e perde il controllo della situazione, anche se mantiene una sua prospettiva, deve raggiungere un obiettivo a costo di tutto. Poi Samantha trova comunque anche dall’altra parte una società molle che le permette di fare quello che fa.

R.G. Il titolo “Tempo di reazione” fa quasi pensare a un film d’azione o comunque qualche cosa di diverso dall’horror sociale. Come nasce la scelta di questo titolo?
A.M. Tipo un film con Van Damme degli anni 80, anche uno di quelli un po’ coatti dove lui ha il codino e magari il titolo è una frase del dialogo! In realtà il tempo di reazione è quanto ci si mette ad agire davanti a quella cosa lì. Quanto tempo ci vuole a reagire? In Italia pare sia un tempo infinito. Nel film lei reagisce solo perché la sua vita è a rischio, altrimenti non reagirebbe mai. A me interessava parlare soprattutto di quello.

R.G. Come dicevo, “Tempo di reazione” può essere considerato un horror sociale. Hai voluto raccontare alcuni fondamentali aspetti della società italiana inserendoli in un contesto fanta-horror. È giusta questa osservazione?
A.M. Si, sicuramente. Vedo tante persone oggi che fanno l’horror solo come film d’intrattenimento. L’horror è purtroppo diventato un genere molto codificato e la maggior parte di quelli che oggi lavorano in questo genere, anche a livello indipendente, arrivano a fare un horror perché vogliono fare QUEL tipo di horror, quasi fotocopiandolo e non perché vogliono raccontare una storia particolare o fare un film interessante. Del tipo ho visto “Halloween” allo sfinimento e voglio rifare “Halloween”. Questo per me è il modo sbagliato di fare le cose. Ci sono registi che vogliono fare il torture-porn all’italiana, oppure vogliono rifare lo slasher o “Non aprite quella Tempo di reazioneporta” 35 anni dopo, oppure fanno un pastone di cose diverse mischiando a destra e sinistra, in maniera molto evidente tra l’altro, perché in Italia non ci sono film horror e allora va comunque bene qualunque cosa, cioè, meglio che niente. È il modo sbagliato, secondo me. L’horror è diventato un genere chiuso, le cose nuove sono veramente poche. “Tempo di reazione” rientra nella categoria horror non perché c’era da parte mia l’intenzione di fare un horror, ma perché racconta una realtà orribile… poi non mi interessa se è un horror, un thriller o un film di fantascienza. Racconta una realtà che è la realtà italiana. Io sono del Sud, nato in Sicilia e cresciuto in Calabria, e mi interessava raccontare una cosa (la criminalità organizzata) dalla quale non si può prescindere. Fare un film disimpegnato secondo me è una cosa irresponsabile in questo momento. Poi è anche sbagliato pretendere di voler raccontare la Verità o trovare una soluzione. “Tempo di reazione” non è così, tenta di spingere alla riflessione. Non vuole trovare una soluzione. Finisce malissimo, perché io personalmente non vedo una possibile via d’uscita in questo momento nella società italiana, ma il finale è aperto. Mi interessava raccontare questa cosa qui, il rapporto tra la criminalità organizzata e la società e come quella si va a scontrare con la nostra società molle. I tre personaggi dal punto di vista narrativo hanno il loro percorso, il loro arco, ma rappresentano tre cose diverse: il fratello è il tentativo di scontrarsi con quella cosa lì, sbagliando, perché una lotta singola, solitaria non porta a nulla; il padre rappresenta il tentativo di mediare, che è ancora peggio e infatti alla fine è completamente annullato dalla situazione, non reagisce più, a forza di accontentarsi nel vedere il suo spazio diminuire non gli rimane niente. È una cosa destinata al fallimento, non si può trattare. Elisabetta rappresenta la maggioranza delle persone, a mio modo di vedere, quelli che nascondono la testa sotto la sabbia e sperano che la situazione si risolva da sola. In realtà la situazione non si risolve da sola, diventa solo sempre peggiore. Lei deve rischiare sulla sua pelle per scoprire se è Immune oppure no, però non lo fa perché è una cosa che la esporrebbe in prima persona. Solo nel momento in cui viene toccata personalmente prende ed esce. Questo è quello che racconta in concreto il film. Poi ho utilizzato elementi di cinema di genere perché non avevo cose nuove da raccontare, non avevo “Gomorra” su cui basarmi, rischiavo di fare l’ennesimo film sulla mafia in cui si racconta dei boss e della società italiana corrotta. Io volevo tentare di riflettere, insieme a chi vuole guardare il film, proprio su questa cosa qui. Poi, eliminando la storia di genere, sarebbe stato tutto troppo astratto, magari anche presuntuoso.
Sto notando che le persone a cui il film non piace si fermano alla superficie, non si rendono conto di quello che c’è sotto, anche se secondo me è Tempo di reazioneevidentissimo fin dai minuti iniziali, in cui il tizio che grida in realtà parla d’altro. Chi si ferma alla storia horror magari vede cose che non gli quadrano e si perde tutto quello che c’è sotto, quello che, per quanto mi riguarda, è però la cosa principale.

R.G. Non hai paura che qualche cosa possa essere fraintesa nel film? Cioè, mi è capitato di leggere una recensione di “Tempo di reazione” in cui si accusava bonariamente il film di misoginia, soprattutto in base al lungo sfogo iniziale a cui hai appena fatto riferimento. Non credo che fosse tuo intento essere misogino.
A.M. In realtà il discorso sulla misoginia lascia il tempo che trova perché è vero che i personaggi femminili sono negativi, ma anche quelli maschili non scherzano. Il padre poi è sicuramente il peggiore. Un’altra cosa che mi è stata detta è che il film è lento. Ecco, il punto è che “Tempo di reazione” non ha il solito passo del thriller o dell’horror. Il film è lento ma è fatto apposta così, ho tentato di dire in questo modo che malgrado tutto quello che succede, loro non cambiano, che poi è quello che succede in Italia, secondo me. Il film ha questo passo costante, lento, ma grazie al cielo, secondo il mio punto di vista, non cade mai nel ridicolo, non ha dei picchi di presunzione che poi non riesce a supportare. Se avessi aumentato il ritmo si sarebbe perso completamente il senso di quello che stavo tentando di dire. Il film ha la febbre bassa e questo è importante, è sempre costante. Anche se ci sono dei momenti più veloci, tipo la scena in cui compare la colf con il volto bruciato, poi tutto torna normale, con il suo ritmo. E’ la società italiana, completamente addormentata, immune a qualsiasi cosa le si tiri addosso, che continua a non rispondere. Il lentissimo scivolare in una situazione di follia totale, in cui perdi il senso di quello che sta succedendo. Non è il classico horror con tanti colpi di scena, che magari non hanno neanche molto senso ma servono solo a dare un po’ di ritmo in più. Poi se non piace naturalmente nessuno è obbligato a guardarlo. Questo discorso della lentezza… Io sono un ammiratore di Tarkovskiy che è stato accusato tutta la vita di fare film lenti… che poi sono lenti davvero, però sono molto belli. E’ solo un esempio per carità, Tarkovskiy era un grande maestro, io sono un povero sfigato al primo film. Ho visto un film lo scorso anno che è stato accusato di lentezza, “L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford”, che per me è un film straordinario. A volte è un po’ lento, ma non si può neanche definirlo lento, ha solo un ritmo diverso, devi entrare in quel tipo di racconto. È chiaro che se poco prima hai visto “Transformers 2” un film così più che lento ti sembra pietrificato.

R.G. Prima hai fatto riferimento al modo di fare horror in Italia, che oggi è quasi peculiarità esclusiva del panorama indipendente. Cosa ne pensi dell’horror made in Italy? È morto, come spesso si sostiene, malgrado il gran numero e l’impegno di giovani registi?Tempo di reazione
A.M. Una cosa che leggo spesso riguardo l’horror italiano è “questo film farà rinascere l’horror in Italia” e cose così. Io mi auguro per tutti i fan dell’horror in Italia che questa cosa avvenga, ma ho molti dubbi che succederà. In Italia gli horror vengono fatti solo per passione: ci sono i fan dell’horror che vogliono vederli ma i film non ci sono e allora li fanno loro! Io trovo che ci sia un grande fermento nel cinema indipendente, solo che tutti vogliono dimostrare qualche cosa e questo secondo me è un punto di partenza sbagliato. C’è chi si pone come il nuovo Dario Argento, chi si ritiene meglio di Sam Raimi… leggi cose deliranti di questo tipo. L’horror è un genere che dice cose interessantissime ma nel cinema indipendente ha quelle difficoltà che molto spesso non gli permettono di raggiunge la soglia minima di professionalità per poter andare in giro. Non so se c’è effettivamente la possibilità di lavorare sul genere, cosa che a me piacerebbe molto. In Italia purtroppo non si fa niente al di fuori della commedia, declinata in vari modi – pseudo-romantica, giovanilista, trash – e del film autoriale pesantissimo che racconta dell’infanzia del regista a Campobasso, tanto per dire, di cui non frega niente a nessuno. Anche qui la stessa storia, quelli che vedono “Amarcord” e dicono “anch’io!”. Ma lì c’era Fellini, la sua infanzia filtrata dal suo talento diventa interessantissima, ma la tua no, per di più sei al primo film! Manca la voglia di raccontare qualche cosa a qualcuno e il cinema deve avere quella qualità, e l’horror in particolare. Prendere quella roba lì e dire lo rifaccio anche io, ma perché lo devi rifare anche tu? Fai una cosa nuova! L’intento di “Tempo di reazione” era questo qui. Un’altra cosa, per esempio, che non mi piace del cinema fatto da appassionati sono quelle citazioni tipo “piacere dott. Argento”. Ma che citazione è? È una roba terribile, non è una strizzata d’occhio, è un pugno in faccia. Secondo me nei film le citazioni stanno bene quando sono cose piccole, non gridate, quando non ti fanno uscire dal film.

R.G. In “Tempo di reazione” hai inserito quindi piccole citazioni? Ad esempio, ho notato il numero 345 che ricorre spesso.
A.M. Il numero 345 è una citazione della Bibbia, è il capitolo 3, versetti 4 e 5. Mi hanno ispirato tutto il film. E’ il serpente che parla con Eva. Poi c’è il portachiavi – che mi sono fatto fare apposta – con Sam, il classico cane del grande Chuck Jones. Ma è una cosa piccola, se ti piace Chuck Jones lo riconosci, altrimenti no, ma non ha importanza. C’è Queequeg, che è il nome del cane di famiglia, arriva da “Moby Dick”, è il primo Tempo di reazionemarinaio che si da ad atti di cannibalismo nel romanzo. Il fatto che il cane si chiami Queequeg è indicativo, visto che poi i cani si mangiano le persone perché non hanno niente da mangiare. Un’altra cosa piccola che ho messo nel film è il nome della famiglia: Cruciani, che è un omaggio a “I soliti ignoti” e al personaggio di Dante Cruciani, che nel film era interpretato da Totò. Io trovo che “I soliti ignoti” sia la commedia più bella della storia del cinema, un film perfetto. E Dante Cruciani è uno dei pochissimi personaggi di Totò che non è scritto su Totò, come invece spesso accadeva. Ci sono anche altre cose, ma sono davvero tutte molto piccole.

R.G. Nella stesura dello script di “Tempo di reazione” sei stato influenzato da qualche film o autore in particolare? La nebbia mi ha ricordato “The Mist”, soprattutto per l’ipotesi della sua origine militare; poi nella vicenda della segregazione forzata ho visto qualche cosa di “Right at your Door”.
A.M. No, per “Tempo di reazione” no. “Right at your door” non l’ho mai sentito nominare. Quando noi abbiamo girato il film, nell’Agosto 2007, “The Mist” ancora non era neanche uscito. Non so se lo scrittore ha preso qualcosa dal racconto di King, penso di no, ma non ne abbiamo mai parlato. Detto questo però, mi pare che ci sia in comune con il film solo il fenomeno atmosferico della nebbia, ma lì c’erano dei mostri avvolti dalla nebbia, invece in “Tempo di reazione” è proprio la nebbia che brucia le persone. Mentre la storia dell’esperimento militare non è una certezza come in “The Mist”, solo una cosa tratta dal personaggio del Nonno del racconto, che è assente nel film, ma è una sua teoria strampalata perché pensa siano stati i tedeschi come se ci fosse ancora la guerra. Sai, non è un problema, in realtà. Se “The Mist” non fosse uscito tutti mi avrebbero detto che copiavo “The Fog”, altro film che unisce nebbia e horror. O magari chissà che altro. Quelli che lo dicono in buona fede, in realtà, probabilmente tentano solo di dare qualche coordinata nell’affrontare il film, anche se secondo me sono le direttive sbagliate. Certo ci sono anche quelli che magari vogliono solo togliere originalità al lavoro. Alla fine non è un problema, se vedi il film con onestà ti rendi conto che è proprio un’altra cosa. “Tempo di reazione” non è solo il racconto della storia, parla di altro e questo spero sia abbastanza evidente.

R.G. Tu hai trovato una distribuzione in home video. In genere il panorama indipendente italiano ha non poche difficoltà ad arrivare nei cinema o in dvd.
A.M. Ci sono distributori che vedono film indipendenti, anche horror, a centinaia, quotidianamente. Di questi però, quasi nessuno riesce a trovare interesse. Ci sono sostanzialmente due motivi: il primo è che molti sono film bruttissimi, fatti male. Dispiace dirlo perché so lo sforzo che c’è dietro, ma è così. Però ci sono anche dei film magari interessanti, che non riescono a trovare un accordo economico soddisfacente. E a volte la fretta dei realizzatori di far andare in giro il film, magari in un festival o parlandone su internet, lo fa invecchiare molto rapidamente, in genere entro l’anno dalla prima uscita pubblica i film senza distribuzione non la trovano più. Se è possibile, è necessario purtroppo adattarsi anche controvoglia a quello che offre la distribuzione perché l’unica cosa veramente essenziale è che il film arrivi al pubblico.

R.G. Parliamo del cast. In “Tempo di reazione” recitano due attori professionisti come Cinzia Mascoli e Fulvio Falzarano, accompagnati da giovanissimi, a volte con poca esperienza cinematografica.
A.M. Cinzia è stata con noi poco, le scene con lei le abbiamo fatte in pochissimo tempo, è stata sul set mi pare un giorno. E’ stato complicato perché aveva scene con tutti gli altri attori, quindi dovevano venire tutti sul set anche solo per fare quella unica scena. Inoltre lei aveva anche una scena in cui era truccata pesantemente con Tempo di reazionele “bruciature”, dunque … ti dirò che è stata una giornata molto intensa, da 11 ore di lavoro, anche se erano solo cinque o sei scene. Con Fulvio il lavoro è stato molto più lungo. Devo dire che è un attore straordinario, non ha veramente niente da invidiare a nessuno. Gli è forse finora mancato il film importante da festival, quello che permette alla critica italiana di accorgersi di lui. Spero veramente che nel suo piccolo “Tempo di reazione” possa un po’ aiutarlo in questo.

R.G. Scorrendo il press book ho scoperto che i due ragazzi protagonisti, Romina Carancini e Andrea Dianetti, arrivano dal talent show “Amici”.
A.M. I due ragazzi che hanno fatto “Amici”…In realtà quando li ho incontrati non sapevo questa cosa di “Amici”, l’ho scoperta il secondo giorno di lavorazione perché c’erano queste ragazzine fuori che aspettavano Andrea per l’autografo, allora mi hanno detto che aveva fatto “Amici”. Devo dirti che se avessi saputo questa cosa forse neanche li avrei presi e avrei sbagliato, perché è un pregiudizio. Loro, oltre ad essere stati bravi, erano sempre puntuali sul set e si sono impegnati, sono stati professionali malgrado non fossero attori con grande esperienza. Non posso naturalmente escludere che ci siano dei pessimi lavoratori fra quelli di “Amici”, ma non loro due.

R.G. Abbiamo cominciato con una domanda di rito e con una domanda di rito chiudiamo. Progetti per il futuro?
A.M. Sto scrivendo, lavoro molto come sceneggiatore. Poi come regista sto facendo una serie per il web, di genere fantastico, con delle scuole romane. Abbiamo già girato il primo episodio. Si chiama “30%”, cifra che si riferisce alla famosa quota del Ministro Gelmini. Ora sto lavorando a questo. Sono un grande fan dei mostri della Universal degli anni ’30, forse non tutti hanno retto il tempo, come “Dracula” che oggi è molto invecchiato; a me piacerebbe tantissimo riprendere l’estetica di quei film, in bianco e nero, ma sono consapevole che una cosa così è difficilissima da proporre. Mi piacerebbe fare una cosa di quel tipo sotto il punto di vista estetico, magari simile anche al Superman dei fratelli Fleischer, sempre di quel periodo. Rimanendo in ambito horror ti dico che sono anche un grande fan dei film di vampiri, li vedo tutti, anche se non ho visto “Twilight”… Anche se un film è di serie z lo guardo ugualmente, perché mi piace molto il simbolismo che si nasconde dietro la figura del vampiro. Mi interessa il vampiro come metafora di qualche altra cosa, raccontare la società utilizzando i vampiri.

R.G. Un po’ come ha fatto Abel Ferrara con “The Addiction”.
A.M. Si, anche se l’astinenza dal sangue come astinenza dalla droga è una cosa vista molte volte, a me interesserebbe parlare proprio di un’altra cosa, usare il vampiro per parlare della condizione umana. Coprire la storia con il genere, come ho fatto con “Tempo di reazione”. Ho tanti soggetti, però bisogna capire a cosa si può lavorare davvero perché fare un’altra cosa come “Tempo di reazione” non è possibile, c’è voluto troppo tempo, sei anni, e fare un altro film così non lo vedo possibile, anche perché lavorare sotto il minimo di un budget sufficiente a fare un film rende tutto complicatissimo. Chiaramente, a meno che non ci siano alternative.


Roma, 3 Marzo 2011

Autore: Roberto Giacomelli - Data: 18/03/2011 -
Contatto: redazione@horrormovie.it

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