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In occasione dell’uscita nelle sale italiane di
“Insidious”, l’ultima fatica di James Wan,
Horrormovie.it ha incontrato il regista di “Saw
– L’enigmista”, “Dead Silence” e “Death
Sentence” nella cornice della Festa
Internazione del Film di Roma. Assieme a lui
c’era Joseph Bishara, autore delle musiche di
“Insidious” e interprete nei panni del
terrificante boogeyman dal volto di fiamme.
Quella che segue è un’intervista rilasciata a
più testate web contemporaneamente, dunque le
domande sono state fatte da diversi
giornalisti, tra cui la firma di questo
articolo.
R.G.:
“Insidious” presenta molti collegamenti
con la tradizione del cinema horror classico
sulle case infestate e i fantasmi, in
particolar modo ho visto omaggi a “Poltergeist
– Demoniache presenze” di Tobe Hooper. La cosa
è voluta?
J.W.:
Sicuramente “Poltergeist” ha avuto una
grandissima influenza su di me, anche se devo
dire che forse non è stato fonte d’ispirazione
principale per questo film, soprattutto non è
stata fonte d’ispirazione per lo sceneggiatore
(Leigh Whannell, n.d.r.). Noi abbiamo parlato
molto, abbiamo avuto l’idea di questa
proiezione extracorporea, poi da lì siamo
partiti per sviluppare il film. Sicuramente ci
sono diversi collegamenti e riferimenti a
quelli che sono i classici del genere, gli
horror che vanno dagli anni ’50 agli anni ’60,
quei film che parlano di case infestate, come
“Gli Invasati” di Robert Wise o “Suspense”, poi
devo tanto a un piccolo film indipendente
americano che credo sia conosciuto a pochi,
“Carnival of Souls”, che ha avuto una
grandissima influenza su di me e su questo film
e io consiglio sempre a tutti.
R.G.: A
proposito di citazioni e influenze, nella parte
finale mi è sembrato di cogliere una
somiglianza con “Nightmare – Nuovo Incubo”,
quando si vede il mostro che affila l’artiglio.
J.W.: Il settimo
Nightmare? No, non c’è nessun riferimento
all’ultimo Nightmare di Wes Craven, semmai
dovesse esserci un rifermento non voluto
sarebbe al primo, perché è talmente un
capolavoro che se ci fosse bisogno di rendere
omaggio mi concentrerei su di lui.
R.G.:
“Insidious” gioca sulla suggestione della
“storia vera” e realistica. Quanto conta per
una produzione insistere sul fatto che una
storia raccontata possa succedere o essere
successa realmente?
J.W.: Sia io che
lo sceneggiatore, nel corso degli anni mentre
ideavamo questo film abbiamo raccolto e messo
insieme storie che riguardavano eventi di
questo genere, storie di fantasmi raccontatetci
da persone di famiglia, da amici… le abbiamo
messe insieme e abbiamo deciso che volevamo
farne un film. Quello che io credo è che una
storia affinché possa davvero mettere i brividi
– e questo vale soprattutto per il cinema
horror – deve essere basata su una situazione
di vita reale, è lì che viene fuori davvero la
paura e questo riguarda tutto il filone delle
case infestate perché tutti noi possiamo
identificarci, perché tutti noi abitiamo in una
casa, tutti noi abbiamo una famiglia e delle
persone che vogliamo proteggere. Ci piaceva
dunque l’idea di giocare con qualche cosa che
potesse essere reale perché l’idea che qualcuno
o qualche cosa possa invadere il nostro spazio
personale ci fa molta paura. Poi, consapevoli
che quello delle case infestate è un genere
ormai sfruttato fino alla noia, volevamo dargli
un tocco diverso e così abbiamo voluto puntare
sulla messa in pericolo di un componente della
famiglia. E come fai a proteggere un caro se
non sai cosa gli sta succedendo?
R.G.: Joseph,
quali sono state le tue influenze per la
composizione delle musiche? E fare il demone è
capitato per caso oppure è stata una scelta
mirata?
Joseph Bishara: La
domanda sul casting del demone sicuramente
andrebbe fatta a James, lui lo sa meglio di me.
Per quanto riguarda le musiche, io sono stato
coinvolto nel film fin dall’inizio, prima che
venissero effettuate le riprese, quindi abbiamo
deciso insieme circa l’idea di avere questo
quartetto d’archi, questo piano che poi
predomina ed è presente nel corso di tutto il
film. Fin da subito abbiamo stabilito quale
doveva essere il tono delle musiche di questo
film e una volta stabilito che si sarebbe
trattato di questa proiezione extracorporea e
che ci sarebbero stati riferimenti classici al
cinema del XX secolo, da li sono partito per la
costruzione delle musiche che abbiamo sistemato
ancor prima del film.
J.W.: Mi serviva
un attore calvo. No, in realtà ho realizzato
questo film con uno spirito indipendente,
coinvolgendo amici, quindi io volevo che lui
realizzasse le musiche però mi piaceva l’idea
di metterlo proprio dentro il film. Inoltre
coinvolgerlo a livello di recitazione, secondo
me, sarebbe servito a coinvolgere Jospeh
meglio, a fargli capire cosa volevo raccontare
e realizzare: essendo lui dentro il film
avrebbe capito prima quello che intendevo dire
e che volevo. Certo, è un po’ insolito avere il
compositore delle musiche che interpreta il
cattivo, come se John Williams avesse
interpretato Darth Vader!
R.G.: Vuoi
continuare la carriera da attore, Joseph?
Joseph Bishara:
Sinceramente mi piacerebbe tornare a recitare
però sempre facendo una creatura strana e in
costume, altrimenti no. Tra l’altro mi sono
divertito a spaventare a morte il ragazzino,
farlo piangere continuamente. Essere coinvolto
come attore nel film mi ha dato inoltre una
prospettiva diversa, molto più profonda, è
stato interessante essere lì e stare col
costume di scena addosso e allo stesso tempo
avere il mio blocco degli appunti su cui
scrivere riguardo la musica. Sicuramente un
livello di coinvolgimento più profondo. Io e
James condividiamo molto i gusti musicali, poi
anche io sono un amante del genere horror e mi
piacerebbe molto realizzare un altro film del
genere.
R.G.: Vorrei
ricollegarmi alla questione della musica e fare
cenno al sound design di “Insidious”. Il sound
design è importante per creare l’atmosfera e
fare paura. Quanto avete curato il sound design
e quanto è importante secondo voi nella
costruzione di un buon horror?
J.W.: Per me il
sound design ha un’importanza enorme, perché se
andiamo a vedere gli horror indipendenti di
maggiore successo come “The Blair Witch
Project” non si vede quasi niente ma tu sai
quello che succede perché lì sono i suoni che
mettono veramente paura. Hanno fatto uno studio
psicologico su persone che guardano film horror
ed è venuto fuori che quando le persone hanno
paura non si coprono gli occhi, come si
penserebbe, ma si tappano le orecchie perché
dal suono scaturisce molto più timore. Secondo
me è estremamente importante perché quello che
puoi mostrare a livello di immagini non è mai
così spaventoso come quello che puoi evocare
facendo sentire un suono. Per me dunque il
suono è molto importante ed è proprio uno degli
arnesi che uso più di frequente dalla mia
scatola dei trucchi cinematografici.
R.G.: Tra i
produttori di “Insidious” c’è anche Oren Peli,
creatore della saga di “Paranormal Activity”.
Vorrei sapere cosa ne pensi di questa saga e in
generale dei film girati con la tecnica del
mockumentary.
J.W.: Questa
tecnica è partita con “Blair Witch Project” e
Oren con “Paranormal Activity” l’ha portata a
un livello successivo. È una tecnica usata
soprattutto dalle nuove generazioni di registi
che non possono disporre di grandi fondi e
secondo me è il più grosso strumento che questi
giovani registi hanno, un nuovo stile che mette
il pubblico nelle situazioni che vivono i
personaggi molto più rapidamente di quanto non
succeda con i film convenzionali. Ha molto più
l’aspetto di un video casalingo e quindi il
pubblico viene subito gettato in quella che è
la situazione del personaggio. Io sono un
grande fan della serie “Paranormal Activity”,
ma se vogliamo davvero trovare il merito di
questa tecnica forse dobbiamo risalire a
“Cannibal Holocaust”.
R.G.: Visto il
successo al botteghino e il finale aperto di
“Insidious” si è già parlato di realizzare un
sequel?
J.W.: È strano
perché io non ho la sensazione che ci sia un
finale davvero aperto, il film non è stato
realizzato in questi termini. Il finale che gli
ho dato è tale solo perché lo ritengo più
giusto e adeguato a questo genere di film.
Perché quando realizzi un film horror vuoi che
nel momento in cui il pubblico esce dalla sala
si porti a casa questa sensazione di
inquietudine e visto che è il finale che ti
rimane addosso quando esci dalla sala, non ho
voluto dargli un lieto fine. Volevo che il
pubblico si portasse a casa i segni d’impatto
del film. Ripensando a “Saw”, per esempio,
quando Jigsaw si sbatte la porta alle spalle,
per me quello in realtà era un finale chiuso,
poi però con tutto il successo che ha avuto e i
soldi che la produzione si è fatta hanno deciso
di riaprirla quella porta. Però non era
previsto nessun proseguimento, anche perché io
non sono in grado di realizzare film pensando a
futuri sequel, io so concentrarmi solo su un
film alla volta e anche “Insidious” è
realizzato in questi termini. Purtroppo quando
un film diventa commerciale la produzione si
mette lì a farne altri proprio per poter
incassare sempre di più.
R.G.: Ho notato
che il film ha un’impostazione stilistica molto
vintage, dai titoli di testa al predominio del
make-up sulla computer graphic. Vorrei sapere
da cosa nasce questa scelta.
J.W.: Volevo
realizzare un film su una casa infestata
moderno che però avesse quel tocco e quel tono
retrò da vecchia scuola. Anche perché questo è
un modo di fare film che a me piace moltissimo
e con il quale sono cresciuto. Se uno va a
guardare molti dei remake attuali di vecchi
film horror, si può notare che questi sono
girati come film d’azione! Sono girati veloci,
montati veloci, non hanno le caratteristiche
tipiche dei film horror, quelle che fanno si
che un film possa far paura e spesso non ne
capisco il perché. Quindi ho voluto dare questa
nuova veste a un sottogenere ormai consolidato
e allo stesso tempo rendere omaggio a quelli
che sono i classici dell’horror.
R.G.: Dal
momento che prima hai citato “Cannibal
Holocaust”, mi chiedo se conosci il cinema
horror italiano e se ti piace.
J.W.: Sono un
grandissimo fan del cinema italiano in generale
e, per esempio, se amo il western lo devo a
Sergio Leone perché non sono tanto un fan del
western americano come quanto del western
all’italiana. Per quanto riguarda il genere
horror amo moltissimo Dario Argento, Mario
Bava, Lucio Fulci…per esempio alcuni lavori di
Dario Argento hanno ispirato molto il mio primo
“Saw”. Quello che mi piace dei registi italiani
è di prendere quello che è ormai consolidato a
livello di narrazione ma conferirgli una nota
completamente diversa, dargli una prospettiva
completamente nuova ed è per questo che amo
molto i film di Argento e Bava, perché sono
riusciti a dare un qualche cosa di unico a
storie ormai note e conosciute.
R.G.: In una
delle scene finali di “Insidious” entriamo
nell’antro del demone e possiamo vedere
burattini e pupazzi sparsi ovunque. Mi è
tornato alla mente Billy, il pupazzo di Jigsaw,
e i burattini di Mary Shaw in “Dead Silence”.
Da dove arriva questa tua ossessione per i
pupazzi spaventosi?
J.W. Io penso che
i bambini da soli tendenzialmente non
dovrebbero far paura: quando pensi a un bambino
pensi all’innocenza. Invece se inseriti in
determinati contesti i bambini risultano
inquietanti e la stessa cosa succede con i
pupazzi e i burattini. Se tu consideri che i
burattini stanno là, sono assolutamente inerti,
privi di vita ma poi pensi che nel momento in
cui ti giri e non li guardi questi prendono
vita e si cominciano a muovere, tutto può
assumere un carattere diverso, spaventoso se
vogliamo. Fondamentalmente la versione non
horror di questo che sto dicendo è “Toy Story”
della Pixar, dove appunto questi giocattoli
acquisiscono vita e diventano personaggi.
Questo mi fa paura ed ecco qua servito il mio
prossimo horror film.
Roma, 27
Ottobre 2011
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