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**BIOGRAFIA**
Lorenzo Bianchini è un filmaker friulano che
ha esordito nel mondo del cinema nel 1997 con
il cortometraggio “Paura dentro”, un horror
onirico e psicologico che ha riscosso da subito
un buon successo di critica. Dell’anno
successivo è il secondo corto thriller, “Smoke
allucination”, mentre del ’99 è il
mediometraggio a tema licantropico “I dincj de
lune” (che tradotto dal friulano sarebbe “I
denti della luna”), che riceve il primo premio
nella sezione fiction alla Mostra del Cine
Furlan. A questo mediometraggio segue nel 2001
“Lidrìs cuadrade di tré” (Radice quadrata di
tre), il primo lungometraggio horror friulano
della storia del cinema. Il film, che unisce
atmosfere claustrofobiche alla tematica del
satanismo, ha ricevuto una calorosa accoglienza
dagli esperti nel settore ed è stato stampato
in DVD in tiratura limitata, ricevendo uno
straordinario e inaspettato successo di
vendite. Nel 2004 vede la luce il secondo
lungometraggio, “Custodes Bestiae”, un nuovo
horror dai connotati demoniaci che sprofonda le
radici direttamente nelle tradizioni
folcroristiche friulane. Nuovo successo di
critica e pubblico con la vittoria del primo
premio al ToHorror Film Fest di Torini, e
ottimi riscontri economici nella vendita dei
DVD, stavolta distribuiti su larga scala dalla
Ripley Home Video. Del 2005 è invece “Film
Sporco”, terzo lungometraggio del regista, che
si discosta dalle atmosfere horror per
esplorare il genere pulp.

R.G.: Essendoti cimentato con due lungometraggi
horror, si presume che tu sia particolarmente
legato al genere anche come spettatore. Quali
sono le pellicole e i registi che ammiri
maggiormente?
L.B.: Naturalmente sono legato ai film che
guardavo quando ero piccolo, ad esempio mi
sento legato a “La casa dalle finestre che
ridono” di Pupi Avati e ai primi film di Dario
Argento; ricordo che il primo film di Argento
che ho visto è stato “Profondo rosso”. Quando
ero piccolissimo mi mise molta paura “Frankenstein”,
quello con Boris Karloff, e anche “La Mummia”
mi terrificava! Poi una cosa che mi impressionò
molto quando la vidi fu “Belfagor”, la serie
televisiva in bianco e nero però, non il remake
per il cinema! Sono queste le pellicole che
ricordo sempre con molto piacere…ah! Anche
“L’Esorcista” di Friedkin, quel film ancora
oggi riesce ad incutermi inquietudine!
R.G.: Nei tuoi horror c’è puntualmente la
tematica demoniaca e sempre una metaforica
discesa agli inferi. Cosa puoi dirci di questa
costante nei tuoi film?
L.B.: Fin da piccoli abbiamo a che fare con la
religione: ci mandano a messa, a catechismo in
parrocchia, e tutto ciò che ci viene
raccontato, che studiamo, ci fornisce delle
basi che poi, una volta cresciuti, se ci
soffermiamo ad analizzarle un pochino, possono
creare molta inquietudine! E’ naturale che se
una persona crede in Dio, deve credere anche
nell’altra faccia della medaglia, e il Demonio
è quest’altra faccia. Poi si tratta di un
argomento sempre attuale, basta pensare al
proliferare delle sette sataniche anche oggi,
di quante volte ne sentiamo
parlare al
telegiornale. Sono cose che accadono, minano
spesso le nostre certezze ed è per questo che
la figura del Demonio fa sempre molta paura.
Prendiamo, ad esempio, il film “L’Esorcista”:
ancora oggi a guardarlo a casa da solo mi mette
paura!
Per quanto riguarda i sotterranei…anche Dardano
Sacchetti, sceneggiatore di molti horror,
nell’intervista che è sul dvd di “Custodes
Bestiae” si chiede cosa io abbia a che fare con
i sotterranei. Beh, sinceramente non lo so
mica! Ti posso assicurare che non è legato a
nessun tipo di esperienza personale, ma
semplicemente al fatto che i luoghi sotto terra
sono inquietanti, anche al solo pensiero che è
proprio sotto terra che finiamo una volta
morti, le tombe sono sotto terra. Poi i
sotterranei fanno pensare ad un qualche cosa di
nascosto, di misterioso, rappresentano
l’ignoto. C’è da dire, inoltre, che il genere
horror comunque richiede determinate scelte,
anche scenografiche, che possano riuscire ad
inquietare lo spettatore e come luogo, il
sotterraneo mi sembra ideale.
R.G.: Perché hai fatto una scelta così inusuale
quanto anticommerciale come l’utilizzo del
dialetto friulano per i tuoi film?
L.B.: E’ stata una sorta di scommessa. Ho
realizzato un edio metraggio di 40 minuti, “I
Dinj de lune”, per partecipare ad un festival
in Friuli, la “Mostra del cinema Furlan”, in
cui le opere in concorso devono essere parlate
per il 70, 80% in lingua friulana, e mi sono
accorto che questa prerogativa poi mi ha
suscitato molto interesse. Un film parlato con
la lingua del posto in cui si ambienta, lo
rende più realistico…appare tutto più
veritiero! Poi nel mio caso si affronta spesso
il tema della leggenda popolare, dicerie legate
al territorio, al passato di un luogo, quindi
far parlare i personaggi con la loro lingua
originaria può essere un elemento che rafforza
la tesi che ci possono essere delle cose
effettivamente vere in quello che si viene a
sapere dal film. Quindi lo trovo un gran punto
di forza! Infatti, se ci fate caso, anche Pupi
Avati fa parlare in dialetto gli abitanti del
posto in cui ambienta i suoi film, tanto che lo
spettatore riesce a calarsi meglio nella
situazione narrata e tutto gli appare più vero.
R.G.: Pensi che il cinema di genere in Italia
oggi sia esclusivamente nelle mani delle
produzioni indipendenti oppure possiamo
prospettare un vero ritorno al genere anche per
le produzioni più in vista?
L.B.: Io spero che le produzioni italiane più
importanti si impegnino a rivalutare un pochino
anche il cinema di genere, anche perché se vai
a vedere i film di genere americani sono
davvero numerosi e ogni mese incassano anche
molti soldi. Ma anche se si da un’occhiata tra
le produzioni orientali o spagnole, ci si
accorge subito che quelli che vanno molto bene
al botteghino sono proprio i film horror! Solo
qui in Italia non li prendono in
considerazione. Poi comunque il mercato c’è e
rivalutarlo è un compito a cui si stanno
interessando attualmente gli indipendenti, ma è
una cosa che dovrebbero fare anche le grandi
produzioni. Saprai che c’è un progetto,
“Italian master of horror”, con il quale si
tenta di riportare in vista il genere horror,
quindi qualche cosa si sta muovendo; certo non
si tratta di grandissime produzioni, ma è
giusto che i grandi registi del passato abbiano
la possibilità di tornare al lavoro con il
genere che maggiormente li ha resi noti.
R.G.: Puoi dirci qualche cosa sui tuoi progetti
per il futuro?
L.B.: Ci sono progetti in ballo, però
preferirei non dire molto. Comunque posso dirti
che continuiamo nel campo del thriller; non
horror puro, con elementi paranormali, ma un
thriller psicologico in cui emerge il mostro
che c’è dentro le persone, senza alcuna
aggiunta di nessun elemento paranormale. Come
ben sai, nei film si può parlare di fantasmi
“reali”, diciamo alla “Ghostbusters”, o
fantasmi “personali”, patologie mentali, stati
depressivi o di allucinazione che ti portano a
vedere delle cose apparentemente reali, ma in
realtà non lo sono. Per me questo è molto
interessante e ho intenzione di inoltrami
proprio in questo territorio.
R.G.: Quindi il prossimo film di Lorenzo
Bianchini sarà un thriller psicologico,
possiamo dire solo questo. Ma pensi di
confrontarti con il grande mercato per il
futuro, oppure hai intenzione di continuare con
produzioni indipendenti?
L.B.: Per ora continuo con le produzioni
indipendenti, magari lavorando con attrezzature
più professionali, ma rimango comunque in
questo ambito.
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