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Per
i filmaker italiani spesso il circuito
indipendente è l’unica realtà praticabile per
esprimere il proprio desiderio di fare cinema,
una realtà che a volte si mostra fin troppo
ardua e mette alla dura prova la volontà di chi
vi si imbatte. In Italia emergere non è
semplice, soprattutto poi se si decide di
intraprendere la via del “genere”, da tempo
immemore lastricata di difficoltà e impedimenti
di cui ancora nessuno è riuscito a trovarne un
reale fulcro. Tra i numerosi filmaker nostrani
sembra ormai destinato a far parlare di se in
modo sempre più prepotente il giovane regista
veneto Michele Pastrello,
autore, per il momento, di tre cortometraggi
che stanno godendo di una certa fama e
visibilità.
Pastrello esordisce nel mondo del cinema
indipendente nel 2005 con Nella mia mente, un
cortometraggio thriller, vincitore del premio
come miglior film al PesarHorrorFest del 2006,
che racconta il disagio mentale di una ragazza
(Angela Picin) che una notte sfocia in follia e
violenza. La sua carriera prosegue con un
“esperimento”, Nuvole (Episodio 1075), una
finta soap opera in salsa horror che mette alla
berlina le nevrosi di una società alla deriva.
La “consacrazione” arriva nel 2008 con 32, un
rape & revenge, proiettato al Noir Film
Festival di Courmayeur, trasmesso in prima
serata su Sky e vincitore del primo premio
all’edizione 2009 del ToHorror Film Festival,
che funge da metafora ambientalista,
mostrandoci la Natura (Eleonora Bolla) che
viene violentata dall’opportunismo e dalla
fraudolenza dell’Uomo (Enrico Caro).

R.G.: Puoi parlarci un po’ di te e di
come sei arrivato a cimentarti con il mondo del
cinema?
M.P.: La passione
per il Cinema credo di averla avuta fin da
bambino; anno dopo anno nella mia immaginazione
si è sempre più impossessata di me, e più
guardavo film, più succedeva. Le mie esperienze
formative (Ipotesi Cinema [scuola di cinema
diretta da Ermanno Olmi, ndr.]) o professionali
(TV locali) in tal senso hanno contato
decisamente meno. La prima svolta è stata nel
1993 quando ho visto “1492, The Conquest Of
Paradise” di Ridley Scott, secondo me un genio
sottovalutato del cinema mondiale: un film che
ogni regista dovrebbe guardare, per “coccolare”
il sognatore che è dentro di sè. Poi nel 2005
ho deciso di provarci, con un esordio assoluto,
dato che le mie esperienze professionali erano
sostanzialmente di editing. “Nella mia mente”,
un piccolo film, fatto più per capire cosa
riuscivo a fare con una storia in mano e
qualche soldino, se riuscivo a portare a casa
qualcosa di interessante. E, pare, così è
stato.
R.G.: Fino ad
ora hai diretto tre cortometraggi un po’
difficili da catalogare precisamnente in un
genere, ma che generalizzando possiamo comunque
definire thriller. A quando e a cosa risale la
tua passione per il genere?
M.P.: Il genere
thriller – horror l'ho sempre amato. Sono un
fan totale della old wave horror anni '70
americana, per la capacità di usare il genere
per affrontare tematiche e disagi politico -
sociali. Benché guardo un po' di tutto, questa
è l'onda horror che preferisco e che vorrei
tentare di portare con me.
R.G.: Entriamo
nel dettaglio delle tue opere. Nella mia mente
esplora le zone più oscure della psiche umana,
quelle che toccano le corde della follia e
dell’omicidio. Cosa puoi dirci a proposito di
questo tuo primo approccio al genere? Per caso
hai tratto ispirazione dalla realtà quotidiana,
spesso colma di eventi come quello raccontato
nel film?
M.P.: Beh, la
cronaca occidentale è piena di queste tragedie.
Tuttavia, al di là di tentare un esercizio di
suspence, in post produzione mi sono accorto
che in qualche modo ero riuscito a dire anche
qualcosa sulla complicità (e ambiguità) della
relazione tra artista e spettatore nel
rileggere queste tragedie. Chiave ne sono
l'aforisma iniziale e la battuta finale della
protagonista. Per il resto ho cercato di
approcciarmi con umiltà alla vicenda, lasciando
tempi e spazi alla storia per evolversi da sè.
R.G.: Nuvole è
un’opera singolare, una soap-horror. Come ti è
venuta in mente un’idea simile?
M.P.: Trovo nella
soap opera una componente horror sotterranea.
Più di tutti Lynch ha saputo leggere questa
cosa. Come ha scritto Rudy Salvagnini, ho
tentato di “enfatizzare una situazione da soap
opera per mostrare quanto horror ci sia sotto e
quale deriva orrorifica stia prendendo la
società sotto sembianze apparentemente
innocue”. E' riuscito a spiegarlo meglio lui di
me a parole. Tuttavia per me Nuvole è stata
un'opera di transizione, che ha avuto anche
problemi produttivi e, per cui, non ho mai
voluto impegnarmi molto a proporla nei circuiti
festivalieri.
R.G.: Siamo giunti
a 32, l’opera più impegnata del trittico. La
tematica è la violenza che l’uomo esercita
sulla natura, trattata in termini metaforici
attraverso un rape & revenge. Pensi che sia
possibile sensibilizzare gli spettatori con
un’opera di fiction che sia anche un’opera di
denuncia?
M.P.: Sì. Ci credo
fortemente. Se lo spettatore rimane in ascolto,
il cinema è un forte strumento di crescita
umana. Certo, il limite di 32 (e di ogni
cortometraggio) è che, al di là dei festival e
di qualche TV coraggiosa, non ci sono affatto
grosse possibilità di distribuzione in Italia.
In ogni caso 32 è la cosa più bella che ho
fatto (ed infatti molti nomi noti della critica
lo hanno applaudito) non solo grazie alla
bravura degli interpreti, ma al fatto che mai
mi sono sentito così ispirato. 32 è stato
definito un ecohorror, e mi va bene, perché in
28 minuti ho raccontato un legame forte tra
uomo e madre terra: nel senso che se trattiamo
l'ambiente come una puttana che serve a
soddisfare le nostre necessità noi comunque
rimaniamo figli suoi.
R.G.: Nella mia
mente ha vinto la terza edizione del
PesarHorrorFest. Pensi che sia utile per un
filmaker alle prime armi vincere un concorso di
cortometraggi? A te quanto ha giovato?
M.P.: Bisogna
decodificare il termine utile. Per me lo è
stato, personalmente, è servito a me. Ma la
vittoria ad un festival o a dieci festival è
difficile che ti possa portare a nuovi
traguardi produttivi. Quello che rimpiango
nella produzione italiana è che non ci sono
molti produttori talent scout o, almeno,
curiosi. Ti dico, a me piacerebbe tanto
produrre se potessi. In USA ci sono produzioni
indipendenti che approvano progetti che partono
dai 70.000$ in su: e se ci sono, credo che un
riscontro economico ce l'abbiano. Sono le
cosiddette produzioni indipendenti a low budget
che non sarebbe la prima volta che sfornano,
soprattutto per il genere, piccole sorprese. Se
fossi un produttore, dicevo, sarei curioso,
cercherei nel web i nuovi registi che mietono
successi di critica, nei forum, nei festival,
anche su Google per dire. E poi penserei ad un
progetto calibrato per valorizzare loro e
contemporaneamente le mie tasche. Questo qui
non succede e, se stai ad ascoltare le varie
voci, ognuno ha una sua versione: o la TV, lo
Stato, la concorrenza, la critica, la nostra
“appartenenza cinematografica”, la censura,
l'esterofilia, la politica. Voi che ne pensate?
Che sia proprio così? O che sia la mancanza di
un piano imprenditoriale apposito avveduto e
lungimirante? A mio avviso i margini di manovra
ci sono.
R.G.: Le locations di tutte le tue opere
sono state sempre in Veneto, luogo dislocato
dal consueto “raccordo geografico” del cinema.
Perché questa scelta “periferica”?
M.P.: Ma, sai, in
fondo questa dislocazione la pago un po’: c'è
meno offerta e lo sguardo certo si posa
raramente qui nel nordest per quanto riguarda
la produzione (anche se il Friuli Venezia
Giulia ha una Film Commission sempre più in
espansione). Però ora non mi va di spostarmi.
Non riuscirei a stare in una grande città
fisso, mi sento un po' un regista “peaceful” in
questo (ride). Se devo raggiungere Roma lo
faccio, ci vado, ma io prima di tutto penso al
mio benessere: e finché sento che non è venuto
il mio momento per spostarmi non lo faccio.
Poi, magari, chissà, l'estero mi attira di più.
Ci credo comunque a queste cose, come ad una
certa serenità nelle scelte e nello stare.
R.G.: Oltre che di cinema ti interessi
attivamente di musica, tanto che hai
recentemente pubblicato un album. Come riesci a
far convivere le due passioni? A cosa ti
dedichi maggiormente?
M.P.: La musica
per me è stato l’embrione del cinema, tanto è
vero che i primi musicisti di cui ero assiduo
ascoltatore erano Vangelis, Morricone e Kitaro.
Mi sono sempre dilettato a comporre e sono
molto contento del mio album musicale, un misto
tra ambient e strumetale con vocals samples
(acquistabile on line). Però, al di là di
seguire il sound design, per i miei film cerco
sempre musiche terze (per 32 il tema principale
è dei noti God is an Astronaut) e, sottolineo,
chiedo sempre il permesso per utilizzarle.
Credo che per un regista, soprattutto quando
non ha grossi budget, convincere gli altri a
prendere parte con le loro creazioni ai loro
progetti sia fondamentale.
R.G.: Cosa puoi dire del tuo futuro
professionale? Stai lavorando a qualche nuovo
film?
M.P.: I primi di
dicembre mi aspetta un nuovo cortometraggio,
con il quale forse vorrei mettere il punto, per
ora, sullaproduzione mia di opere brevi. Il
titolo provvisorio è "Ultracorpo", ma non
c'entra niente con l'opera di Don Siegel:
ancora un dramma dark d'atmosfera, con venature
che rimandano all'horror. La fotografia ancora
di Mirco Sgarzi (già direttore della fotografia
di "House Of The Flesh Mannequins"). Fare
cinema in Italia è cosa ardua, fare cinema
horror (chissà poi perché) ancor più arduo, e
in Italia abbiamo anche qualche regista
affermato che sente la necessità di ricordare
che questo tipo di cinema (che ricordo è sempre
stato uno dei più liberi ed eversivi – nel
senso buono) è cinema minore quando non
“volgare”.
Io credo che quando un artista sente la
necessità di giudicare così l'espressione
artistica di altri colleghi, volgare sia lui.
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