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: Intervista a Michele Pastrello - Quando l'Indie esce dall'anonimato
di Roberto Giacomelli ()


Per i filmaker italiani spesso il circuito indipendente è l’unica realtà praticabile per esprimere il proprio desiderio di fare cinema, una realtà che a volte si mostra fin troppo ardua e mette alla dura prova la volontà di chi vi si imbatte. In Italia emergere non è semplice, soprattutto poi se si decide di intraprendere la via del “genere”, da tempo immemore lastricata di difficoltà e impedimenti di cui ancora nessuno è riuscito a trovarne un reale fulcro. Tra i numerosi filmaker nostrani sembra ormai destinato a far parlare di se in modo sempre più prepotente il giovane regista veneto Michele Pastrello, autore, per il momento, di tre cortometraggi che stanno godendo di una certa fama e visibilità.
Pastrello esordisce nel mondo del cinema indipendente nel 2005 con Nella mia mente, un cortometraggio thriller, vincitore del premio come miglior film al PesarHorrorFest del 2006, che racconta il disagio mentale di una ragazza (Angela Picin) che una notte sfocia in follia e violenza. La sua carriera prosegue con un “esperimento”, Nuvole (Episodio 1075), una finta soap opera in salsa horror che mette alla berlina le nevrosi di una società alla deriva. La “consacrazione” arriva nel 2008 con 32, un rape & revenge, proiettato al Noir Film Festival di Courmayeur, trasmesso in prima serata su Sky e vincitore del primo premio all’edizione 2009 del ToHorror Film Festival, che funge da metafora ambientalista, mostrandoci la Natura (Eleonora Bolla) che viene violentata dall’opportunismo e dalla fraudolenza dell’Uomo (Enrico Caro).

R.G.: Puoi parlarci un po’ di te e di come sei arrivato a cimentarti con il mondo del cinema?

M.P.: La passione per il Cinema credo di averla avuta fin da bambino; anno dopo anno nella mia immaginazione si è sempre più impossessata di me, e più guardavo film, più succedeva. Le mie esperienze formative (Ipotesi Cinema [scuola di cinema diretta da Ermanno Olmi, ndr.]) o professionali (TV locali) in tal senso hanno contato decisamente meno. La prima svolta è stata nel 1993 quando ho visto “1492, The Conquest Of Paradise” di Ridley Scott, secondo me un genio sottovalutato del cinema mondiale: un film che ogni regista dovrebbe guardare, per “coccolare” il sognatore che è dentro di sè. Poi nel 2005 ho deciso di provarci, con un esordio assoluto, dato che le mie esperienze professionali erano sostanzialmente di editing. “Nella mia mente”, un piccolo film, fatto più per capire cosa riuscivo a fare con una storia in mano e qualche soldino, se riuscivo a portare a casa qualcosa di interessante. E, pare, così è stato.

R.G.: Fino ad ora hai diretto tre cortometraggi un po’ difficili da catalogare precisamnente in un genere, ma che generalizzando possiamo comunque definire thriller. A quando e a cosa risale la tua passione per il genere?

M.P.: Il genere thriller – horror l'ho sempre amato. Sono un fan totale della old wave horror anni '70 americana, per la capacità di usare il genere per affrontare tematiche e disagi politico - sociali. Benché guardo un po' di tutto, questa è l'onda horror che preferisco e che vorrei tentare di portare con me.

R.G.: Entriamo nel dettaglio delle tue opere. Nella mia mente esplora le zone più oscure della psiche umana, quelle che toccano le corde della follia e dell’omicidio. Cosa puoi dirci a proposito di questo tuo primo approccio al genere? Per caso hai tratto ispirazione dalla realtà quotidiana, spesso colma di eventi come quello raccontato nel film?

M.P.: Beh, la cronaca occidentale è piena di queste tragedie. Tuttavia, al di là di tentare un esercizio di suspence, in post produzione mi sono accorto che in qualche modo ero riuscito a dire anche qualcosa sulla complicità (e ambiguità) della relazione tra artista e spettatore nel rileggere queste tragedie. Chiave ne sono l'aforisma iniziale e la battuta finale della protagonista. Per il resto ho cercato di approcciarmi con umiltà alla vicenda, lasciando tempi e spazi alla storia per evolversi da sè.

R.G.: Nuvole è un’opera singolare, una soap-horror. Come ti è venuta in mente un’idea simile?


M.P.: Trovo nella soap opera una componente horror sotterranea. Più di tutti Lynch ha saputo leggere questa cosa. Come ha scritto Rudy Salvagnini, ho tentato di “enfatizzare una situazione da soap opera per mostrare quanto horror ci sia sotto e quale deriva orrorifica stia prendendo la società sotto sembianze apparentemente innocue”. E' riuscito a spiegarlo meglio lui di me a parole. Tuttavia per me Nuvole è stata un'opera di transizione, che ha avuto anche problemi produttivi e, per cui, non ho mai voluto impegnarmi molto a proporla nei circuiti festivalieri.

R.G.: Siamo giunti a 32, l’opera più impegnata del trittico. La tematica è la violenza che l’uomo esercita sulla natura, trattata in termini metaforici attraverso un rape & revenge. Pensi che sia possibile sensibilizzare gli spettatori con un’opera di fiction che sia anche un’opera di denuncia?


M.P.: Sì. Ci credo fortemente. Se lo spettatore rimane in ascolto, il cinema è un forte strumento di crescita umana. Certo, il limite di 32 (e di ogni cortometraggio) è che, al di là dei festival e di qualche TV coraggiosa, non ci sono affatto grosse possibilità di distribuzione in Italia.
In ogni caso 32 è la cosa più bella che ho fatto (ed infatti molti nomi noti della critica lo hanno applaudito) non solo grazie alla bravura degli interpreti, ma al fatto che mai mi sono sentito così ispirato. 32 è stato definito un ecohorror, e mi va bene, perché in 28 minuti ho raccontato un legame forte tra uomo e madre terra: nel senso che se trattiamo l'ambiente come una puttana che serve a soddisfare le nostre necessità noi comunque rimaniamo figli suoi.

R.G.: Nella mia mente ha vinto la terza edizione del PesarHorrorFest. Pensi che sia utile per un filmaker alle prime armi vincere un concorso di cortometraggi? A te quanto ha giovato?

M.P.: Bisogna decodificare il termine utile. Per me lo è stato, personalmente, è servito a me. Ma la vittoria ad un festival o a dieci festival è difficile che ti possa portare a nuovi traguardi produttivi. Quello che rimpiango nella produzione italiana è che non ci sono molti produttori talent scout o, almeno, curiosi. Ti dico, a me piacerebbe tanto produrre se potessi. In USA ci sono produzioni indipendenti che approvano progetti che partono dai 70.000$ in su: e se ci sono, credo che un riscontro economico ce l'abbiano. Sono le cosiddette produzioni indipendenti a low budget che non sarebbe la prima volta che sfornano, soprattutto per il genere, piccole sorprese. Se fossi un produttore, dicevo, sarei curioso, cercherei nel web i nuovi registi che mietono successi di critica, nei forum, nei festival, anche su Google per dire. E poi penserei ad un progetto calibrato per valorizzare loro e contemporaneamente le mie tasche. Questo qui non succede e, se stai ad ascoltare le varie voci, ognuno ha una sua versione: o la TV, lo Stato, la concorrenza, la critica, la nostra “appartenenza cinematografica”, la censura, l'esterofilia, la politica. Voi che ne pensate? Che sia proprio così? O che sia la mancanza di un piano imprenditoriale apposito avveduto e lungimirante? A mio avviso i margini di manovra ci sono.

R.G.: Le locations di tutte le tue opere sono state sempre in Veneto, luogo dislocato dal consueto “raccordo geografico” del cinema. Perché questa scelta “periferica”?

M.P.: Ma, sai, in fondo questa dislocazione la pago un po’: c'è meno offerta e lo sguardo certo si posa raramente qui nel nordest per quanto riguarda la produzione (anche se il Friuli Venezia Giulia ha una Film Commission sempre più in espansione). Però ora non mi va di spostarmi. Non riuscirei a stare in una grande città fisso, mi sento un po' un regista “peaceful” in questo (ride). Se devo raggiungere Roma lo faccio, ci vado, ma io prima di tutto penso al mio benessere: e finché sento che non è venuto il mio momento per spostarmi non lo faccio. Poi, magari, chissà, l'estero mi attira di più. Ci credo comunque a queste cose, come ad una certa serenità nelle scelte e nello stare.

R.G.: Oltre che di cinema ti interessi attivamente di musica, tanto che hai recentemente pubblicato un album. Come riesci a far convivere le due passioni? A cosa ti dedichi maggiormente?

M.P.: La musica per me è stato l’embrione del cinema, tanto è vero che i primi musicisti di cui ero assiduo ascoltatore erano Vangelis, Morricone e Kitaro. Mi sono sempre dilettato a comporre e sono molto contento del mio album musicale, un misto tra ambient e strumetale con vocals samples (acquistabile on line). Però, al di là di seguire il sound design, per i miei film cerco sempre musiche terze (per 32 il tema principale è dei noti God is an Astronaut) e, sottolineo, chiedo sempre il permesso per utilizzarle. Credo che per un regista, soprattutto quando non ha grossi budget, convincere gli altri a prendere parte con le loro creazioni ai loro progetti sia fondamentale.

R.G.: Cosa puoi dire del tuo futuro professionale? Stai lavorando a qualche nuovo film?

M.P.: I primi di dicembre mi aspetta un nuovo cortometraggio, con il quale forse vorrei mettere il punto, per ora, sullaproduzione mia di opere brevi. Il titolo provvisorio è "Ultracorpo", ma non c'entra niente con l'opera di Don Siegel: ancora un dramma dark d'atmosfera, con venature che rimandano all'horror. La fotografia ancora di Mirco Sgarzi (già direttore della fotografia di "House Of The Flesh Mannequins"). Fare cinema in Italia è cosa ardua, fare cinema horror (chissà poi perché) ancor più arduo, e in Italia abbiamo anche qualche regista affermato che sente la necessità di ricordare che questo tipo di cinema (che ricordo è sempre stato uno dei più liberi ed eversivi – nel senso buono) è cinema minore quando non “volgare”.
Io credo che quando un artista sente la necessità di giudicare così l'espressione artistica di altri colleghi, volgare sia lui.